Siamo fra l’incudine e il martello. Da un lato quest’Europa sbagliata e latrice di recessione e disoccupazione, dall’altro le politiche raffazzonate e demagogiche di Salvini e dei suoi scudieri Di Maio, Conte e Tria. Come ho avuto modo più volte di osservare, le seconde sono il prodotto della prima. Salvini, in fondo, è una sorta di figlio, per quanto illegittimo, di Juncker. Fuor di metafora, i cosiddetti populisti (termine quanto mai impreciso e generico partorito dai nostri stanchi politologi privi di fantasia e capacità di approfondimento teorico) non troverebbero lo spazio che trovano se questa Europa succube delle lobby, a cominciare da quella finanziaria, non avesse rotto i maroni a gran parte della popolazione europea.

L’Europa è da tempo in prima fila nelle privatizzazioni, nei tagli dei servizi sociali, nell’attacco ai salari e alle condizioni di vita dei lavoratori. Tutta la sua azione è stata rigidamente informata al verbo neoliberista. Si aggiunga la posizione di oggettiva predominanza assunta dalla Germania, specie nei confronti dei Paesi dell’Est ma anche di quelli del Sud. Una situazione sicuramente da ribaltare, ma non per ribadire gli anacronistici Stati nazionali, le cui dimensioni sono del tutto trascurabili nel contesto della globalizzazione capitalistica e che appaiono destinati a una competizione senza regole e senza pietà fra di essi per attrarre investimenti e prestiti, una competizione economica che potrebbe purtroppo sfociare in guerre vere e proprie come già accade in molte parti del mondo.

Tanto più che, come è stato notato da Laura Pennacchi, le misure proposte dal Salvimaio hanno ben poco di Keynes e molto invece di Reagan, essendo volte a privilegiare, mediante l’ennesimo condono, i ceti medio-alti della società, lasciando immutati i gravi deficit strutturali che impediscono al tessuto imprenditoriale italiano, che pure continua a presentare in alcuni settori importanti potenzialità, di raggiungere adeguati livelli di produttività.

Resta fra l’altro del tutto deludente la situazione dell’Italia sul piano delle spese strategiche della formazione, se pensiamo che secondo i dati diffusi recentemente da Oxfam l’Italia è al 152mo posto nella classifica mondiale in materia di fondi per l’istruzione. Non pare davvero che il governo “del cambiamento” sia impegnato a cambiare alcunché in materia, mentre il reddito di cittadinanza si rivela ahinoi un ridicolo bluff, una sorta di caricatura del piano tedesco Hartz , per il cui finanziamento verranno prosciugate importanti detrazioni fiscali e altre spese di carattere assistenziale.

Si conferma quindi la fortissima impronta di Salvini sul governo, che dimostra, dietro la vernice propagandistica del populismo e del sovranismo (espressioni prive di senso che nulla hanno che fare con il popolo e la sovranità), la sua vocazione essenzialmente liberista, salvo gli appelli dello stesso Salvini al risparmio privato degli Italiani che copre una percentuale irrisoria del debito pubblico. Un tale appello avrebbe senso se fosse basato su di un piano di investimenti pubblici per il risanamento ambientale, lo sviluppo della cultura e della ricerca, una politica estera solidale con i Paesi più poveri anche mediante l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo, e l’impegno a riformare in questa direzione le politiche europee. Abbiamo invece la riproposizione dei condoni e del peggiore assistenzialismo senza prospettive, condito dalle inutili provocazioni di Salvini e altri nei confronti dell’Europa. Vale la pena di rischiare il nostro futuro per assecondare qualche bulletto?

Come ha detto giustamente Varoufakis, l’Italia si comporta come un bambino viziato ma non avanza proposte concrete per cambiare l’Unione europea. Più che mai appare forte ed urgente l’esigenza di una sinistra (cui dovrebbero unirsi anche i settori dei Cinquestelle che sempre più esprimono insoddisfazione per l’azione del governo) che sappia avanzare tali proposte schierandosi con forza contro Juncker, contro Macron ma anche contro i nostrani demagoghi che chiacchierano a vuoto e rischiano di farci sprofondare sempre di più nella palude del neoliberismo comunque travestito.

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