La Fashion Week chiude, bilancio agro/dolce con la griffe della Medusa ceduta a Michael Kors. Salvino sbraita: Stop alla cannibalizzazione del made in Italy. E per una volta mi trovo d’accordo con lui. Anche Gucci per la prima volta ha sfilato a Parigi e non a Milano. I femminili soffrono, le vendite calano, lo storico Gioia si fonde con Elle, Panorama viene venduto a un euro, si vocifera, simbolico, troppo indebitato. Gli investimenti pubblicitari ai minimi che più minimi non si può. Invece Urbano Cairo, in controtendenza raddoppia. Non uno, bensì due cortili, monumentali del palazzo del Senato. 500 invitati, se ne presentano mille, per il lancio del restyling di Io Donna, un’iniezione di vitamine al sistema. Già perché Urbano, piaccia o no, ma lui fa sistema. Come fanno i francesi (mais oui) come fanno gli americani (oh, yes), come non sappiamo fare noi che ci lasciamo scippare i pezzi migliori del made in Italy.

Cairo, piaccia o no, è il quasi eroe della carta stampata, uno dei pochi che continua a credere nell’editoria. Mentre la maggioranza è pronta a cantargli il requiem. Un po’ di tagli qua, via gli sprechi là e i conti al Corriere ritornano.  Anche la scelta del nuovo direttore di Io DonnaDanda Santini, famiglia solida alle spalle, carriera ineccepibile ed eleganza sobria e rassicurante, rispecchia  la nuova tendenza. Ingredienti che servono per mettersi alla guida di un giornale  “classico ma contemporaneo”, lontano dagli scintillii e dai titoli sensazionali.

Nel cortile dove si affaccia l’archivio di Stato (forse il richiamo a 1100 numeri di IO Donna in 20 anni) che hanno raccontato costume, mode e modi, sono serviti gnocchetti al tartufo e bollicine rosé. Senza dj setting e musica spaccatimpani, né parata di testimonial in ghingheri. Era un cocktail renforcé, sobrio, gnocchetti e bollicine rosé, sempre per non fare sprechi. Anche se Cairo a Danda una concessione l’ha fatta senza esitazione: cambio di formato, carta più pregiata e un primo numero da 460 pagine, da collezione. Per fare il botto, per dirla alla cairese.
La moda italiana oggi vale il 4% del Pil ma Danda lo sa bene che non basta perché di fatto cresce meno delle griffe francesi.

È un sistema  quello italiano che si sta incartando su se stesso. L’artigianato, anche esso in crisi, si vede costretto a segmentarsi sul mercato del lusso: esistono gli stracci e il prodotto di alta manifattura. Vedi Ermanno Scervino, che con la sua ricerca del dettaglio, realizzato da mani sapienti e artigianali, è apprezzato anche dalla regina Rania di Giordania. Vola a Mosca ad aprire una boutique e a Milano il suo défilé sembra un gioco dei sensi, pizzi e chiffon impalpabili, fruscianti, esaltati dal profumo che si annusa nell’aria della sua nuova fragranza di tuberose e gianduia. Da mangiarsela. E nel backstage offre croccanti squisitezze.

Quelli di Corso Venezia 44, ultimo indirizzo cult del fashion district, nelle antiche scuderie ristrutturate del palazzo ha il suo quartiere generale Michael Kors mentre Antonio Riva, anche lui in contro/tendenza, dna da couturier, fa alta moda come fanno i francesi. Forte di un’artigianalità tutta italiana ogni suo abito richiede due settimane di lavorazione e una buona dose di santa pazienza. Comunque si resiste all’assalto della carovana made in Italy.

Pizzofalcone non è famoso solo per i bastardi di Maurizio De Giovanni ma anche perché qui ha preso in mano ago e filo Alessandro Dell’Acqua. Ha imparato da suo zio Bruno bravissimo sarto di quartiere. Anche la mamma di Gianni Versace era la sarta di paese. Solide radici made in sud che li hanno condotti lontano. Alessandro firma la sua griffe N. 21, dall’ anima un po’ da pin up americana, un po’ street style con tessuto in pvc che sembra pelle. Comunque, all’avanguardia. Non tutti si lasciano incantare dalle sirene delle passerelle parigine.
Per quelli che restano, vecchie glorie e nuovi talenti, tenete duro.

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