Un condono tombale o una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali alle stesse condizioni delle ultime due, combinata con uno sconto per chiudere i contenziosi col fisco modulato sul grado di giudizio. Senza troppe alternative o vie di mezzo. È questo quello che si aspettano gli addetti ai lavori dalla pace fiscale tanto cara al Carroccio. “Non vedo cos’altro si possa fare se non questo”, sostiene un fiscalista di lungo corso mentre dalle Entrate, ancora in attesa del nuovo direttore generale, rimandano al Tesoro dove i funzionari sottolineano che al momento “non c’è nulla nero su bianco”.

Il meccanismo del condono in sé non è complesso. Quello che è complicato, al di là delle valutazioni di merito, è il contesto al quale si applicherebbe per di più a ridosso della chiusura di una rottamazione e dell’apertura della successiva. Situazione che rende politicamente e giuridicamente complicato proporre al contribuente moroso che non ha aderito a nessuna delle ultime sanatorie, di pagare allo Stato solo una quota del suo debito. “Ci sono stati diversi condoni tombali nella storia del Paese, ma politicamente sarebbe davvero uno scandalo – continua il fiscalista – In più questo tipo di intervento istiga la gente a non pagare le tasse in attesa del prossimo condono. E’ un meccanismo altamente diseducativo”. Uno strumento che decisamente non si concilia con i proclami di lotta all’evasione. Tanto più che arriverebbe come una beffa per chi, per mettersi in regola, ha aderito alla rottamazione e per pagare ha fatto i salti mortali, inclusa l’accensione di finanziamenti.

Lunedì 1 ottobre, infatti, è il termine ultimo per il saldo dell’ultima delle 5 rate della rottamazione varata dal governo Renzi a ridosso del referendum costituzionale, nel 2016. La sanatoria riguardava i carichi fino al 31 dicembre di quell’anno e il debito prevedeva lo stralcio di more e sanzioni con una rateizzazione massima in 5 tranche: le prime tre nel 2017 per un ammontare complessivo del 75% del debito e le ultime due nel 2018. Il prossimo 31 ottobre, invece, è il termine per la prima rata dei ripescati dal governo Gentiloni che, a sorpresa, lo scorso autunno ha riaperto in corsa i termini, riammettendo alla sanatoria chi non era presentato alla precedenti scadenze a patto di saldare il debito dei carichi fino al 2016 in massimo tre rate (oltre a ottobre, novembre e febbraio 2019). Inoltre era stata varata anche una misura a sé per i carichi del 2017, ridotti alle stesse condizioni dei precedenti, ma da saldare in massimo 5 rate (luglio, settembre, ottobre, novembre 2018 e febbraio 2019) di pari importo.

Salvo un improbabile congelamento dei termini in zona Cesarini, chi ha aderito non può fare altro che andare avanti e riservarsi di fare ricorso in un secondo momento, quando l’esecutivo svelerà le sue carte. Che probabilmente sono tutte ancora da pescare in un mazzo decisamente ridotto anche per gli anni dei carichi da considerare, visto che le due rottamazioni in corso coprono ben 17 anni. Eppure i partiti non lo ammettono e le istituzioni si trincerano dietro il silenzio. Il ministero delle Finanze, l’Agenzia della Riscossione e quella delle Entrate ripetono lo stesso leitmotiv: “Se non c’è il provvedimento, non c’è nulla di cui discutere. Lavoriamo a legislazione vigente”, replicano incalzati al telefono. Detta in altri termini, oggi c’è la rottamazione, domani non sappiamo cosa ci sarà. Argomento su cui che neanche l’ideatrice del progetto, la Lega, interpellata da ilfattoquotidiano.it, ritiene opportuno fornire un chiarimento ai contribuenti a metà del guado. Difficile ottenere qualcosa di più dall’Agenzia delle Entrate, dove il timone è ancora nelle mani del vicario Aldo Polito. Manca infatti il decreto del presidente del consiglio dei ministri che formalizzi la nomina di Antonino Maggiore. E il rischio caos è dietro l’angolo.

Proprio mentre al governo servirebbe una mano decisa che chiarisca una volta per tutte al contribuente cosa può o non può fare. Se per il contribuente l’uscita dalla rottamazione a metà del guado rischia di compromettere comunque l’accesso ad altre misure e non sarebbe quindi né utile né conveniente, l’eventuale fallimento della rottamazione bis sarebbe un bel problema per il ministro del Tesoro Giovanni Tria e per il governo tutto, che al momento è a caccia di tutto il denaro possibile per assolvere le promesse agli elettori. Gli introiti attesi (1,6 miliardi) sono già stati messi a bilancio come entrate stimate nel 2018. Altri 414 milioni sono previsti poi nel 2019. Se la voce dovesse assottigliarsi, bisognerà trovare nelle cosiddette pieghe del bilancio dello Stato nuove risorse per tappare il buco. Sempre senza fare deficit, naturalmente. Una missione impossibile. Senza contare che la pace fiscale, o meglio il condono, rischierebbe di interessare le contravvenzioni che sono iscritte come crediti nei disastrati bilanci degli enti locali. Non a caso non tutti hanno aderito alle rottamazioni, con l’esempio più rilevante di Milano.

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