La politica italiana mente, sapendo di mentire. Su quali temi? Sulle misure promesse in campagna elettorale come la flat tax e il reddito di cittadinanza e anche sulla questione migranti. Ma, alla fine dei giochi, il re sarà nudo. E a farne le spese sarà principalmente il Movimento 5Stelle in un’Italia sempre meno importante per gli Stati Uniti e in un’Europa sempre più populista. Che però non morirà di populismi. È lo scenario tratteggiato da Jan Bremmer, politologo statunitense fondatore della società di analisi dei rischi geopolitici Eurasia, che si è intrattenuto su questi temi con ilfattoquotidiano.it nel corso dell’ultimo forum The European House-Amrosetti di Cernobbio.

“Anche in una congiuntura economica relativamente positiva per l’Italia, la maggior parte delle promesse fatte da questo governo non saranno mantenute – sostiene Bremmer -. Non si possono mantenere, se l’Italia non vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità e vuole restare nell’Unione. Alla fine, Lega e 5Stelle saranno costretti a tradire i propri elettori sui temi economici: non vedremo realizzate le misure populiste che i due partiti avrebbero voluto, così l’Italia potrà continuare il proprio rapporto con l’Europa”.

Ma, se davvero la politica ha mentito, chi pagherà per il tradimento del patto stretto con gli elettori? “Credo che politicamente il prezzo più alto di questa situazione lo pagherà il M5S, perché è più presente al Sud, dove l’elettorato è più povero, e c’è bisogno del reddito di cittadinanza e delle pensioni per essere più forti– riprende Bremmer -. La Lega è più pro-business e libero mercato. Inoltre può cavalcare la questione migranti: credo che Salvini sarà avvantaggiato dall’esperienza di governo, e guadagnerà consensi proprio per il fatto che il governo non manterrà la maggior parte delle sue promesse”.

Nella visione di Bremmer, il tema dei migranti giocherà a favore della Lega che tuttavia ha un’azione molto meno incisiva di quanto non appaia. “In Italia in questo momento stanno arrivando pochissimi migranti: la grossa crisi migratoria è stata largamente risolta dai predecessori e il nuovo governo Lega-5Stelle si è trovato di fronte a un problema molto ridotto – prosegue il politologo statunitense – Nel corso dei decenni, la popolazione in Europa è cambiata. L’immigrazione ha reso i Paesi molto più eterogenei: è successo con i Rom, con i musulmani, con gli est-europei, in particolare in Germania e nel Regno Unito. Se nel tuo Paese hai tante persone che ti dicono: ‘aspetta un attimo, io non ho nessuna opportunità, non guadagno abbastanza, vedo le infrastrutture peggiorare, nessuno si prende cura di me e in più arrivano nuove persone a cui diamo soldi e diritti, questo non va bene’. Questa è una grande opportunità politica per le forze anti-immigrazione e razziste di diventare più forti in tutta Europa”.

C’è quindi il rischio che di un’avanzata dell’AfD in Baviera ad ottobre? “In Germania l’AfD ha una rappresentanza in Parlamento, ma non ha la possibilità di prendere il potere. È certamente un movimento in crescita, con cui bisogna fare i conti”, prosegue escludendo che si possa parlare di una crisi europea collegata all’ascesa di partiti nazionalisti e xenofobi. “L’unica crisi vera che c’è stata in Europa dal 2008 ad oggi è stato il voto di Brexit che peraltro non sarà un disastro ma avrà un costo importante”, precisa lo studioso per il quale le attuali tensioni sono generate dal fatto che per decenni la questione immigrazione non sia stata tenuta in debita considerazione dalla politica. “Non è un problema solo europeo: lo abbiamo anche nel mio Paese, gli Stati Uniti. Trump che parla di costruire muri, fa il Muslim ban (la legge che limita l’accesso dai Paesi mussulmani ritenuti a maggiore rischio terrorismo, ndr), demonizza i neri, porta avanti le stesse politiche di Salvini in Italia”, sottolinea Bremmer.

In questo scenario, il politologo americano ritiene difficile che a breve possano tornare di moda gli ideali liberal-democratici perché “i leader delle democrazie occidentali avanzate pensano molto a loro stessi e non si curano del loro elettorato”. Dal canto loro, le classi medie sono fiaccate dalla rapida evoluzione della società determinata dalla globalizzazione: “le nostre società sono profondamente spaccate anche quando l’economia va bene, quindi si può immaginare cosa succede quando non c’è denaro, quando le aziende licenziano, le cose peggiorano – riprende -. I lavoratori, la classe media, sono arrabbiati perché le società sono state cambiate dai confini aperti”. Secondo l’esperto statunitense, questo clima di stanchezza e depressione, non apre al rischio di regimi totalitari, ma “di sicuro inquietanti regimi autoritari” e cita gli esempi di Turchia, Polonia e Ungheria. Ma non dell’Italia dove “avrete un governo populista, ma la realtà è che le istituzioni italiane non sono cambiate molto”, puntualizza.

Tuttavia, come sottolinea l’esperto, rispetto al passato, Roma conta meno per Washington che ha inaugurato una politica di “unilateralismo”. Certo gli Stati Uniti continueranno a fornire aiuti umanitari e a finanziare il Fondo Monetario Internazionale, ma non c’è da aspettarsi un nuovo piano Marshall. Nemmeno sulla crisi del debito, magari comprando titoli di Stato italiani? “Davvero non saprei dirlo”, aggiunge evidenziando come “il complesso delle relazioni transatlantiche si sia indebolito” e l’Europa resti debole e frammentata “creando l’occasione per le potenze esterne – come la Russia – di interferire” con il lavoro dei singoli governi dell’Unione.

Del resto, gli Stati Uniti che pure “storicamente hanno supportato l’Unione europea, non sono mai stati sicuri di preferire un’Europa forte a una debole”, ammette l’analista americano evidenziando come “in questo momento, gli Usa non abbiano una linea di condotta coerente rispetto all’Unione europea”. Forse anche perché hanno altri grattacapi cui pensare. Populismi europei e la crisi del debito pubblico del Vecchio Continente certamente preoccupano, ma i Paesi più pericolosi per l’ordine mondiale sono altri. Fra questi la Corea del Nord e soprattutto la Cina che per Bremmer “è il Paese più pericoloso al mondo, perché diventerà l’economia più potente. E’ una superpotenza tecnologica, autoritaria, con un capitalismo di Stato. I cinesi stanno cercando di creare istituzioni che possano sfidare l’ordine mondiale esistente, ed è probabile che vivranno significativi cambiamenti interni nei prossimi vent’anni”.

Senza contare anche che, come ricorda l’esperto, “ogni cambiamento della politica estera degli Usa ha un significativo impatto su altri Paesi”. Basti pensare a quanto accaduto con l’invasione dell’Iraq che ha reso l’intera regione più instabile. Quanto all’ondata nazionalista europea, l’ipotesi è che passerà: “Tutti possono sopravvivere al populismo, questo non è in discussione”.