Abolizione dell’Ordine dei giornalisti? E’ un tema all’ordine del giorno del governo. La legislazione italiana prevede già strumenti adeguati per disciplinare le categorie professionali per le quali non esiste un albo professionale. Si tratta della legge sulle professioni non regolamentate, la legge 4 del 14 gennaio 2013”. Sono le parole del sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, rispondendo alle interrogazioni a risposta immediata dei deputati di Forza Italia, Luigi Casciello e Patrizia Marrocco, in un’audizione in Commissione Cultura alla Camera. E puntualizza: “Questa legge renderebbe il sistema più libero ed efficiente, riducendo precariato e disoccupazione, oltre che aprire a nuovi scenari che si possono adattare con più flessibilità al mondo dell’informazione che cambia radicalmente e velocemente”. Poi precisa: “Non ho mai detto che le funzioni di un giornalista debbano essere svolte dai social media manager, ma l’avvento di un nuovo modo di comunicare presuppone la definizione di nuovi modelli professionali. Quindi, limitarsi a definire i giornalisti in quanto iscritti all’Ordine come unici tenutari della capacità di fare informazione di qualità mi pare abbastanza anacronistico. Significa non vedere il mondo che cambia. L’Ordine dei giornalisti” – continua – “così come oggi è strutturato, si è rivelato inefficiente e inadeguato ai cambiamenti e alla dinamicità tipici di una professione in rapida e continua evoluzione. Le uniche modifiche effettuate sono state rivolte esclusivamente a ridefinire la governance, peraltro con risultati non soddisfacenti”. Crimi spiega: “E’ diventato sempre più necessario liberare energie che rafforzino i principi costituzionali di garanzia democratica. E per farlo riteniamo che sia sempre più necessario adeguare l’Italia alla maggior parte dei Paesi del mondo, dove la figura professionale del giornalista è libera da ordini e condizionamenti, ma solo a regole che garantiscano piena autonomia e indipendenza sul lavoro”.

Il sottosegretario si sofferma poi sul dilagare delle fake news: “E’ un fenomeno comune a carta stampata e alla rete, cambia solo la loro capacità di penetrazione nel pubblico. Quindi, l’essere giornalista di per sé non è garanzia di esenzione dalla possibilità di veicolare fake news. Il principale strumento per contrastarle è l’educazione, la cultura, la capacità di saper leggere una informazione, valutarne l’attendibilità. Oggi la rete offre uno strumento più rapido anche nel contrasto delle fake news” – prosegue – “rendendo accessibile il fact checking a chiunque in modo semplice e rapido. Ecco perché immaginare un sostegno all’editoria che passi dal finanziamento all’offerta al finanziamento della domanda, incentivando l’accesso a un più ampio spettro di organi di informazione, potrebbe costituire un significativo strumento di supporto a tale processo culturale”.

Tra i temi all’attenzione del governo, c’è anche il tetto alle risorse pubblicitarie, anche se non è nel contratto, come precisa il soottosegretario M5s, che, tuttavia, auspica in merito “un’ampia e partecipata discussione parlamentare”. “Non ho introdotto un tema nuovo” – precisa Crimi – “è un tema che è al centro del dibattito almeno da 30 anni e non riguarda uno specifico soggetto imprenditoriale”.

Sui fondi pubblici all’editoria, il politico ribadisce che l’attuale sistema di finanziamenti crea “disparità e distorsione” e auspica “almeno un tetto massimo alla quantità di contributi diretti che ciascuna testata possa ricevere”. E spiega: “Il fondo per il pluralismo e l’innovazione deve essere preservato, ma finalizzato a preservare e supportare un settore di pubblica utilità nella sua interezza e in tutta la filiera. A oggi tutto questo non si è realizzato: il fondo è servito a finanziare i singoli editori, in particolare quelle tre o quattro testate che da sole ricevono la gran parte dei fondi”. Crimi sciorina le cifre relative al 2017 e menziona cinque testate: “Ad Avvenire sono andati 5 milioni 990 mila euro, a Libero 5 milioni 270 mila, a Italia Oggi 4 milioni 844 mila, al Manifesto 3 milioni 64 mila, al Quotidiano del Sud 2 milioni 820 mila. Cinque testate da sole drenano quasi 15 milioni di euro, un quarto del fondo complessivo, generando disparità con altre testate giornalistiche altrettanto meritevoli e quindi non garantendo né pluralismo, né libertà di informazione”.

Poi sottolinea: “Il governo intende tutelare pienamente la libertà di informazione e di stampa, ma la tutela della libertà di stampa non ha nulla a che vedere con i finanziamenti pubblici ai giornali. E’ legittimo chiedersi se, come è stato concepito finora, non costituisca un elemento di condizionamento dei giornali piuttosto che di garanzia della libertà di informazione: parlo di tutto il sistema, contributi diretti, rimborsi spese telefoniche, agevolazioni postali, sostegno ai prepensionamenti, ristrutturazioni aziendali, crediti di imposta, tutte voci destinate agli editori”. Crimi chiosa: “Il governo intende difendere la libertà di stampa con iniziative legislative, che tutelino i giornalisti dalle querele per diffamazione a scopo intimidatorio, le testate e le loro fonti e che superino le forme di precariato nel giornalismo con lo sforzo di tutti, anche della stessa categoria”.