Archiviati i verdetti della giuria della Mostra di Venezia, restano alcuni segnali che l’edizione 2018 ha mandato forti e chiari. E accanto ai segnali restano anche alcune impressioni. Il primo e più evidente segnale è la vittoria di Netflix, sigillata addirittura dal Leone d’oro a Roma di Cuarón, in una battaglia simbolica che ha come retroterra la concezione stessa del cinema.

Che cos’è il cinema? Si sono chieste intere generazioni di critici e teorici di tutto il mondo. Le risposte che nel tempo sono state date hanno sempre dato per scontato che il cinema fosse prima di tutto un luogo, il luogo di un consumo rituale e collettivo, che magari cambiava nel corso del tempo – anche privilegiando via via forme diverse di film – ma che manteneva la sua fondamentale stabilità. Netflix liquida tutto questo e fa fare un salto in avanti (per qualcuno invece un salto indietro) al cinema, aiutandoci a pensarlo sempre più chiaramente per quello che è, al di là delle condizioni concrete in cui vediamo un film.

Ci mette cioè sotto gli occhi un fatto essenziale: che il cinema non ha più un legame privilegiato né tanto meno necessario con la sala (anche se a Venezia le proiezioni erano affollatissime, spesso in sale da millecinquecento persone) e che pensare il cinema oggi vuole dire in sostanza pensare un dispositivo sociale, come dicono le teorie dei media, anziché un luogo. Una struttura relazionale, cioè, fatta non solo di apparecchiature tecniche, come chi pensa il cinema in termini di sala (vedi Cannes), ma anche di utenti. Le une in funzione degli altri e viceversa. Dopo Venezia è evidente la portata della sconfitta di Cannes, che resta forse il festival più bello del mondo, ma che è anche troppo ancorato a una visione tutto sommato ferma del cinema.

L’altro segnale che manda Venezia è legato proprio alle pratiche apparentemente non cinematografiche come la realtà virtuale. Rispetto allo scorso anno – quando la Virtual Reality era stata introdotta per la prima volta – la selezione presentata quest’anno ha mostrato un netto sviluppo, sia in termini di tecnologia sia, soprattutto, in termini di esperienza di fruizione. C’è un intero universo esperienziale che si apre grazie alla VR: è l’universo della sinestesia, cioè della sollecitazione multisensoriale prodotta da queste forme immersive, che moltiplicano la dimensione tattile e dunque partecipativa dell’audiovisivo, dando un’apertura sul possibile cinema di domani.

Resta per ora difficile pensare al possibile sfruttamento commerciale della VR perché il fatto che molte delle installazioni siano fruibili da una sola persona alla volta assottiglia parecchio le possibilità di business. Ci si può chiedere cioè se la VR sia destinata a una crescita, sul modello dei videogiochi (ma allora bisognerebbe che diventasse un fenomeno domestico o comunque non bisognoso di apparecchi troppo complicati e costosi) oppure a un declino, sul modello del cinetoscopio di Thomas Edison, che più di un secolo fa perse la sua battaglia con il cinematografo dei fratelli Lumière perché proponeva anch’esso lo spettacolo delle immagini in movimento, ma per un solo spettatore alla volta, proprio come fa la VR oggi.

Infine l’impressione dominante che lascia il concorso di Venezia – un concorso peraltro di qualità assai buona, decisamente migliore rispetto agli ultimi Cannes – è che i film abbiano bisogno di una robusta dieta dimagrante. Dei 21 film del concorso ben 14 (ovvero i due terzi) avevano durate di due ore o più e molti superavano le due ore e mezzo. Spesso si usciva da proiezioni faticose con la netta sensazione che tre quarti d’ora in meno avrebbero giovato a film di due ore e mezzo o tre. Il cinema è nato sotto il segno della velocità, come già videro bene i futuristi, e reagire alla concorrenza delle serie tv allungando la durata dei film non è un buon segno.

Negli anni Cinquanta il cinema fronteggiò l’avvento della neonata televisione allargando gli schermi, col Cinemascope, il Vistavision, i formati panoramici ecc. Ma presto si vide che non bastava dare più immagine per tenere la gente al cinema. Le buone storie, le buone scritture, la capacità che il cinema ha di interpretare e mettere in forma il mondo sono e saranno la ricetta migliore per salvare il cinema dell’avvenire.

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