A pochi giorni dall’inizio del Festival di Cannes 2018 (8-19 maggio), Cate Blanchett – presidente di giuria della della 71° edizione della kermesse francese – si confessa ai giornali e per la prima volta parla dei propri trascorsi (professionali) con Harvey Weinstein. “Ha avuto atteggiamenti inappropriati anche con me. Mi dava una brutta sensazione. Spesso mi diceva ‘Non siamo amici’ perché non facevo quello che voleva” e ancora “Non credo che farà più film con nessuno. Andrà in galera? Lo spero”.

Pur essendo stata tra le prime firmatarie della campagna Time’s up e pur avendo sposato immediatamente la causa del movimento #metoo, l’attrice australiana mai aveva raccontato dei suoi rapporti con l’ormai decaduto mogul americano. Nell’intervista fiume pubblicata da Variety lo scorso 3 maggio, invece, la Blanchett ha avuto modo di rivendicare con orgoglio il proprio femminismo e di scagliarsi contro le pose dittatoriali serpeggianti fra le colline di Hollywood. Il tutto senza lesinare neppure qualche frecciatina a Cannes, ricordando le celebrazioni per il 50° anniversario della rassegna e la desolante presenza, sul palco del Palais du Cinéma, della sola Jane Campion fra gli autori insigniti della Palma d’Oro: “A volte, le cose devono essere così brutte e desolanti da farci dire ‘Aspetta un attimo. C’è qualcosa di sbagliato”.

Vincitrice di due premi Oscar con The Aviator nel 2015 e con Blue Jasmine nel 2014, Cate Blanchett frequenta la Croisette dal 1997 ed è la dodicesima donna a ricoprire la carica di presidente di giuria (l’ultima fu proprio la Campion quattro anni fa). Sin dall’annuncio, la sua nomina è apparsa nient’affatto casuale per una kermesse da sempre così sensibile alla cura della propria immagine; specie considerando che a lungo la Côte d’Azur è stata il proscenio prediletto da Weinstein. Dopo il “terremoto” dello scorso autunno, insomma, un cambiamento era necessario e gli “scacchisti francesi” guidati da Thierry Frémaux – delegato generale del Festival – hanno dunque messo in atto una serie di mosse indirizzate a esorcizzare Cannes da uno spettro ancora troppo ingombrate per poter essere nascosto sotto al tappeto rosso. Innanzitutto – in collaborazione con il ministro francese per le Pari opportunità Marlène Schiappa – è stata istituita una linea telefonica riservata alla denuncia di eventuali molestie subite nei 12 giorni del concorso.

L’iniziativa è però solo una delle numerose tappe del cosiddetto “pinkwashing” a cui la rassegna si sta sottoponendo e si sottoporrà. Bisogna ricordare, infatti, che accanto alla Blanchett prenderanno posto la cantante Khadja Nin, la regista-sceneggiatrice Ava Duvernay (prima donna afroamericana nominata ai Golden Globe) e le attrici Kristen Stewart e Léa Seydoux (toccata in prima persona dal caso Weinstein in quanto vittima delle sue molestie), che andranno così a comporre una giuria a maggioranza femminile completata poi dall’attore cinese Chang Chen e dai registi Denis Villeneuve, Robert Guédiguian e Andreï Zviaguintsev. La manifestazione rappresenterà inoltre una prima, importante occasione d’incontro per le ondate #metoo di tutto il mondo, ospitando una tavola rotonda cui prenderanno parte anche il ministro della cultura Françoise Nyssen e i portavoce del comitato francese 50/50 2020 (corrispettivo transalpino dello statunitense Time’s up). Gli annunci della proiezione di un documentario dedicato alla vicenda Weinstein (Citizen Harvey di Ursula MacFarlane), della scelta del tema And woman created all per l’amRaf Party – il più glitterata fra gli appuntamenti del Festival nonché antico feudo dell’ex proprietario della Weinstein Company – e di una Semaine de la critique segnalatasi per la presenza di quattro volti femminili su sette in gara, infine, sembravano completare un mosaico perfettamente in linea con lo spirito del tempo.

In seguito alla lettura dei programmi della Quinzaine des Relisateurs e della Selezione Officiale, tuttavia, numerose critiche sono giunte a guastare l’armonia auspicata dagli organizzatori. Nella corsa alla Palma d’Oro, in special modo, fra le 21 pellicole in gara soltanto tre recano una firma femminile (Alice Rohrwacher, Nadine Labaki e Eva Husson). Una sproporzione evidente e vissuta da molti come una vera propria Restaurazione: “Cannes è due settimane di celebrazione di cervelli maschili e di bellezze femminile” ha tuonato Kate Muir, sceneggiatrice e attivista oltre che ex chief-critic del Times, “Come dimostrerà la passeggiata serale lungo la Croisette, molti sfileranno ancora con al braccio modelle pagate o prostitute”. Thierry Frémaux ha risposto ai cori indignati sottolineando come la selezione non sia una questione di quote ma di qualità artistica, aggiungendo che “nessuna discriminante può trovare spazio in un concorso, neppure se positiva” e giustificando quindi la scelta asserendo semplicemente di aver ritenuto tali pellicole le più meritevoli.

Con poco più di 72 ore a separarci dalla serata inaugurale della sua 71° edizione, gli amanti del Festival si dividono tra chi ne prende le difese spostando la questione sul piano statistico – evidenziando, dunque, come le donne nel cinema siano effettivamente una percentuale inferiore – e chi, invece, – pur confermando tali dati – punta il dito contro l’incompetenza e il maschilismo di un comitato di selezione che (a detta anche dello stesso Frémeaux) andrebbe riequilibrato in quanto “lo sguardo femminile è diverso”. La verità probabilmente trova cittadinanza nell’aura di grigio che scorre tra questi due poli eppure una cosa è certa: per lavarsi la coscienza non basta uno straccio e quello di Weinstein resta uno spettro con cui Cannes e il Cinema dovranno confrontarsi ancora a lungo.