La discussione parlamentare sull’ormai arcinota proposta di direttiva per la riforma del diritto d’autore è giunta al capolinea o, almeno, a una delle sue fermate più rilevanti: domani il Parlamento europeo deve votare gli emendamenti – 250 – formulati al testo bocciato dai Parlamentari della commissione (juri) il 5 luglio. Si potrà raggiungere una maggioranza attorno a un testo o prendere atto dell’impossibilità di farlo e, a quel punto, rinviare, sine die, il progetto di riforma.

Val la pena dire subito che le chance che domani (o meglio nei mesi a venire, quando eventualmente si inizierà a lavorare di cesello sul testo della proposta) a Strasburgo si gettino le basi per una riforma del diritto d’autore illuminata, moderna, bilanciata e lungimirante come l’Europa avrebbe meritato sono prossime allo zero.

Comunque vada, questa manciata di “nuove” regole sul diritto d’autore ai tempi di Internet faranno rigirare nella tomba quanti – da Sua Maestà Anna Stuart (regina di Inghilterra, Scozia e Irlanda) a Isaac René Guy Le Chapelier (avvocato, politico, rivoluzionario e papà della prima legge francese sul diritto d’autore) – abbiano in secoli ormai lontani dato i natali a una delle leggi più belle, preziose e equilibrate della storia del diritto, una legge capace di garantire per secoli la promozione e protezione della produzione e circolazione di ogni genere di contenuto frutto dell’intelletto umano.

Le nuove regole – questa è una certezza – non saranno longeve quanto le loro antenate e non saranno capaci di garantire altrettanta crescita culturale e democrazia. Saranno, infatti, purtroppo il risultato di un pessimo compromesso di un brutto – ma brutto davvero nei toni e nei contenuti – dibattito parlamentare e extra parlamentare, un dibattito che è mancato di trasparenza, obiettività, serenità e metodo scientifico.

E, soprattutto, un dibattito al quale, specie negli ultimi mesi, è mancato – con poche eccezioni – il ruolo di divulgazione terza e imparziale e di critica obiettiva che sarebbe stato auspicabile svolgessero i media e che, sfortunatamente, non hanno svolto essendo parte in causa, “costretti” – sebbene un giornalista e un editore non dovrebbero mai sentirsi tali – a tirare acqua al proprio mulino, rinunciando a quell’indipendenza e libertà di pensiero critico che pure dovrebbe difendere chi rivendica denari per produrre buona informazione.

Domani, i parlamentari europei, dovranno sostanzialmente scegliere tra tre ipotesi:

1. appoggiare la proposta della Commissione come rimaneggiata dall’eurodeputato Axel Voss che è, sostanzialmente, quella bocciata a luglio salvo pochi colpi di trucco e parrucco incapaci di modificarne la sostanza;

2. appoggiare l’ipotesi dei Verdi europei e dei più integralisti bocciando radicalmente gli articoli della discordia (11 e 13);

3. votare per gli emendamenti presentati da una coalizione ampia di parlamentari di vari schieramenti – in testa l’eurodeputata Marietje Schaake – che pur aderendo all’idea di fornire a editori di giornali e industria dei contenuti più penetranti strumenti di difesa dei propri diritti, restano fermi su un “no” secco all’idea di creare nuovi artificiali e artificiosi diritti connessi al diritto d’autore e, soprattutto, a quella di affidare, nella sostanza, a filtri, robot e affini il diritto di parola di 500 milioni di cittadini europei e di miliardi di utenti del web in tutto il mondo.

Non c’è una scelta giusta. Non c’è un voto da esprimere a cuor leggero. Nessuna delle tre strade è per davvero degna dell’importanza dei temi trattati e dello straordinario valore democratico, culturale e economico della materia destinata a essere regolata.

E’ senz’altro sbagliato aderire alla proposta Voss e sposare un principio bandito da secoli dalle nostre democrazie: quello di machiavellica memoria secondo il quale il fine giustifica i mezzi e che tradotto in linguaggio moderno considera lecito, auspicabile e democraticamente sostenibile tutto ciò che è tecnicamente possibile.

Non è a colpi di nuovi diritti nati in un laboratorio europeo che si garantiranno a editori e giornalisti la possibilità di fare buona informazione e non è grazie a filtri et similia che si promuoverà meglio e di più la produzione e la circolazione di opere creative e culturali a costo, peraltro, di limitare la libertà di comunicazione di miliardi di persone.

Ma non è neppure la strada giusta – almeno non in senso assoluto – quella di prendere atto che tutto deve rimanere com’è perché quelle che domani saranno sui banchi degli eurodeputati, purtroppo, non sono le soluzioni adeguate ma è innegabile che l’ecosistema digitale, quando si parla di informazione, creatività, cultura e pluralismo, non sia tutto rose e fiori e evidenzi macroscopici problemi sebbene ben diversi però da quelli contro i quali i fautori della proposta di direttiva puntano l’indice.

E, infine, non è la strada giusta – almeno per chi crede nella coerenza e nel rigore logico – quella di chi propone una serie di correttivi alla proposta originaria non già mosso dalla convinzione che si tratti di regole che servono per davvero ma, semplicemente, dall’auspicio di riuscire a aggregare più consensi degli avversari e scongiurare così il rischio che una somma di idee niente affatto equilibrate e ben poco democratiche diventino legge nella confusione generale che si è ormai generata.

Come dire che si combatte il male con un male minore.

Ma questo è ormai lo scenario e, probabilmente, val la pena più di ritrovarsi attorno all’idea di un “voto utile” anche se poco coerente che attorno a quella di un voto coerente ma, sfortunatamente, inutile che potrebbe, per questo, consegnare la partita a chi vorrebbe trasformare il web in una grande tv e riportarci indietro nel tempo almeno di vent’anni.

Comunque vada sarà un insuccesso e chiunque domani festeggerà non potrà farlo sentendo di aver vinto per davvero.