Si intitola Diritti d’autore e giganti americani la ricerca commissionata dalla Gesac – l’associazione che raccoglie le società europee che rappresentano autori e compositori -, pubblicata nei giorni scorsi. È una ricerca promossa da Creators for Europe, un movimento di recentissima costituzione nato per difendere la proposta di direttiva europea sul diritto d’autore bocciata prima dell’estate dal Parlamento europeo e sulla quale lo stesso Parlamento tornerà a votare il prossimo 12 settembre.

La sintesi della ricerca è rimbalzata con straordinaria enfasi sui media di tutta Europa e in Italia è stata tradotta così: nove italiani su dieci pensano che i giganti del web debbano pagare per i contenuti che usano. È sterile la discussione che pure ha infiammato i social nostrani sul fatto che questa sia effettivamente la posizione degli italiani: ne sono stati “intervistati” 800, tra il 24 e il 30 agosto, online.

Val la pena lasciare agli esperti di statistica valutare la rappresentatività di questo campione e l’attendibilità del risultato. Personalmente più che sorprendermi il 90% degli italiani che troverebbe – stando alla ricerca – giusto che Google, Facebook & Co debbano pagare per i contenuti che usano, sono sorpreso dal 10% che sembra pensarla diversamente.

Sono fermamente contrario alla proposta di direttiva in discussione a Bruxelles ma, se intervistato avrei, senza esitazione, risposto che non trovo solo giusto ma sacrosanto che non solo i giganti del web ma chiunque altro – salvo una manciata di casi eccezionali – debba pagare per i contenuti che usa. Il rapporto tra la domanda posta agli intervistati, la risposta raccolta e il dibattito parlamentare è semplicemente inesistente. Ricorda i sondaggi diffusi all’epoca della discussione parlamentare sulla famigerata web tax, quando si chiedeva alla gente se trovasse giusto che i giganti del web fossero obbligati a pagare le tasse. Ma il punto non è questo.

Il punto è che l’impostazione della ricerca racconta, purtroppo, di come il dibattito su una delle leggi più nobili e preziose (specie nell’epoca che stiamo vivendo) del firmamento giuridico – la disciplina sul diritto d’autore – abbia, ormai, raggiunto livelli infimi, tristi, subculturali che ne sviliscono contenuti, obiettivi e interessi contrapposti. Ed è così a cominciare dal titolo che parla dei “giganti americani”. Un titolo (che peraltro ricorre in tutte le domande poste agli intervistati) che, innanzitutto, compromette evidentemente l’imparzialità della ricerca.

“Gigante americano” è, per un cittadino europeo, l’antagonista, il cattivo se non addirittura il nemico. Ma è soprattutto un titolo che non ha davvero niente a che vedere con la proposta di direttiva in discussione a Bruxelles che non è e non potrebbe, in nessun caso, essere una direttiva contro i giganti americani perché (evidentemente) le leggi – come è chiaro anche a uno studente di giurisprudenza del primo anno – sono provvedimenti generali e astratti che devono (a pena di illegittimità) applicarsi a tutti coloro che si trovano in condizioni analoghe che si tratti di giganti o soggetti normali, di europei o americani.

È triste che qualcuno, nel 2018, in una società ormai globalizzata, pensi ancora di promuovere e scrivere delle “leggi contro”. Le leggi si scrivono nell’interesse dei più e non contro qualcuno o a favore di qualcun altro. Ma l’amarezza – soprattutto nel rilevare che nessuno dei grandi quotidiani europei, per evidente convenienza, ha deciso di puntare l’indice verso un così evidente esercizio di manipolazione dell’opinione pubblica – si fa più forte sfogliando le prime domande poste agli intervistati, domande che hanno a che vedere con il diritto d’autore quanto le patate con il caviale.

“Pensi che i giganti americani del web preservino o no l’indipendenza e la sovranità dei Paesi europei? E la privacy dei cittadini europei? E pensi che preservino o meno l’attendibilità dell’informazione nelle nostre nazioni? Pensi che i giganti americani del web siano più o meno potenti dell’Unione europea? Pensi che i giganti del web espongano a un rischio le nostre democrazie?” C’è da restare basiti.

Che c’entrano queste domande in un dibattito straordinariamente tecnico-giuridico nel quale dovrebbe discutersi esclusivamente dell’opportunità o inopportunità di introdurre nei nostri ordinamenti un nuovo diritto connesso al diritto d’autore generato in provetta e inesistente in natura e di rafforzare o non rafforzare la responsabilità dei cosiddetti intermediari della comunicazione per i contenuti pubblicati dai loro utenti.

Ma anche le domande sul diritto d’autore che arrivano in fondo lasciano interdetti. “Pensi che i giganti americani del web siano corretti o no nelle modalità con le quali condividono con artisti e creatori i ricavi derivanti dalle utilizzazioni delle loro opere?” È una domanda davanti alla quale un esperto professore di diritto d’autore o un economista di lungo corso, probabilmente, farebbe fatica a rispondere. Figurarsi uno qualsiasi degli 800 italiani raggiunti sul loro smartphone in piena vacanza.

E poi l’ultima: “Sei favorevole o contrario a che l’Unione europea implementi delle regole per garantire una remunerazione a autori e creatori a fronte della distribuzione delle loro opere attraverso le piattaforme online?”. Impossibile rispondere di no. Quanti sono contrari alla proposta di direttiva non sono contrari – verrebbe da dire ovviamente – a che autori e creatori siano equamente remunerati da chi usa le loro opere e non è di questo che si discute da anni a Bruxelles. L’oggetto della discussione è come questo risultato debba essere perseguito, attraverso quali regole e accettando quali rischi in termini di effetti collaterali democraticamente pericolosi o addirittura insostenibili.

Il 12 settembre, a Bruxelles, vada come vada. La sensazione è che attorno a questo dibattito abbiamo comunque già perso tutti e più di tutti i media che mentre rivendicano giustamente – e anzi in modo sacrosanto – regole capaci di garantire loro di poter continuare a fare buona informazione sembrano aver abdicato al senso critico, all’obiettività e al rigore e sembrano essersi ridotti a mero amplificatore delle voci di un gruppo di imprenditori che sta facendo la guerra ad un altro.

Difficile credere che sia questa la strada per conquistarsi la fiducia dei lettori e far capire loro che non tutta l’informazione sul web è eguale perché ce n’è alcuna obiettiva e rigorosa per la quale si deve esser disposti a pagare e altra spazzatura. Spero di cuore di sbagliare.