di Roberto Iannuzzi*

Fervono i preparativi militari e gli sforzi negoziali internazionali in vista dell’imminente offensiva del regime siriano contro la provincia di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli in gran parte rappresentati ormai da gruppi jihadisti. Tappa fondamentale delle attività diplomatiche è il vertice che si tiene oggi a Teheran fra Russia, Turchia e Iran, i principali attori internazionali di un processo negoziale che nelle ultime fasi ha visto ridursi sempre più il ruolo americano ed europeo. Nel frattempo, forze fedeli a Damasco si sono ammassate al confine della provincia e Mosca ha radunato un’imponente flotta militare nel Mediterraneo orientale, a conferma della serietà delle intenzioni del fronte schierato con il presidente siriano Bashar al-Assad.

L’offensiva di Idlib è una delle operazioni più complesse e pericolose della campagna di riconquista condotta da Assad, poiché va a toccare una serie di interessi vitali contrastanti: quelli del regime, della Russia e dell’Iran (con diverse sfumature fra loro) da un lato. Quelli tra loro spesso divergenti della Turchia e degli ultimi gruppi ribelli non ancora piegatisi a Damasco dall’altro. Un’altra incognita è costituita dal travagliato rapporto fra Stati Uniti e Russia in Siria.

A complicare ulteriormente il quadro vi è la composizione demografica della provincia. Situata al confine con la Turchia, e a metà strada fra Damasco e Aleppo, essa spezza la contiguità territoriale del regime (simboleggiata dalle autostrade Aleppo-Damasco e Aleppo-Latakia). Idlib ospita ormai fra i 2,5 e i 3 milioni di abitanti, circa metà dei quali sono sfollati da altre zone del Paese.

Ma assieme ai civili vi sono anche decine di migliaia di miliziani, riuniti in diversi gruppi spesso in lotta tra loro. Fra tali gruppi vanno annoverate le formazioni più estremiste e quelle che si sono rifugiate a Idlib proprio per aver rifiutato gli accordi di “riconciliazione” offerti dal regime ad altre enclave ribelli. A dominare queste formazioni è Hayat Tahrir al-Sham (Hts), ultima reincarnazione del gruppo Jabhat al-Nusra già affiliato ad al-Qaeda. Hts controlla i punti chiave della provincia, fra cui il capoluogo Idlib e il valico di Bab al-Hawa al confine con la Turchia.

La situazione di Idlib non ha facile soluzione, né sotto il profilo diplomatico né sotto quello militare, alla luce dell’elevato numero di formazioni estremiste mescolate ai civili. Sia Mosca che Damasco vogliono liberarsi una volta per tutte dalla minaccia jihadista. Se il regime siriano è interessato soprattutto a riaprire i collegamenti autostradali fra i propri principali centri urbani, il Cremlino vuole porre fine ai ripetuti attacchi che da Idlib vengono condotti contro la sua base militare di Hmeimim, vicino Latakia.

Dal canto suo, la Turchia teme che un’offensiva militare possa provocare una nuova ondata di profughi (e jihadisti) verso i propri confini. Ankara ha inoltre sempre appoggiato i ribelli nel conflitto, ed ha avuto in passato un rapporto di collaborazione con la stessa Hts. Nell’ottobre del 2017, ad esempio, truppe turche entrarono nella provincia di Idlib “scortate” proprio da forze di Hts.

Nei giorni scorsi, tuttavia, il governo turco ha inserito Hts nella propria lista delle organizzazioni terroristiche, segnando un’inedita rottura con il gruppo. La mossa di Ankara segnala la possibilità che Turchia, Russia e Iran giungano a un compromesso, il quale potrebbe essere raggiunto nell’incontro che si tiene oggi a Teheran fra i tre Paesi.

L’impasse di Idlib potrebbe essere risolta da un’azione militare limitata da parte di Mosca e del regime, coniugata con una forte pressione turca nei confronti di Hts. La prima porterebbe alla messa in sicurezza della base russa di Hmeimim e almeno alla riapertura dell’autostrada Aleppo-Damasco. La seconda potrebbe determinare lo scioglimento di Hts o la sua divisione in due tronconi. Quello più “moderato” potrebbe aderire al cosiddetto Fronte di liberazione nazionale, galassia ribelle recentemente costituitasi sotto gli auspici di Ankara, mentre quello più estremista confluirebbe nella formazione dichiaratamente qaedista di Hurras al-Din, la quale andrebbe successivamente “liquidata” militarmente.

Si tratta di una soluzione precaria e piena di rischi su cui grava l’ulteriore incognita dello scontro russo-americano.

Esponenti dell’amministrazione Trump hanno rilasciato dure dichiarazioni, affermando che Washington risponderà militarmente a ogni eventuale attacco chimico che dovesse essere condotto dal regime nel corso dell’offensiva su Idlib. Mosca ha risposto che le minacce americane costituiscono un “invito” rivolto ai gruppi jihadisti affinché compiano un attacco chimico “sotto falsa bandiera” per poi accusare il regime dell’accaduto e provocare l’attacco statunitense.

Dall’esito dell’offensiva diplomatico-militare su Idlib dipendono la sopravvivenza dell’asse negoziale Russia-Turchia-Iran, l’evoluzione del rapporto fra Mosca e Washington in Siria e non solo, e i futuri orientamenti di Ankara, dilaniata tra la prospettiva di un legame sempre più stretto con il Cremlino e la tentazione di ricucire il rapporto con Washington deterioratosi soprattutto a causa dell’appoggio concesso da quest’ultima ai curdi siriani.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

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