Gli aerei dell’aviazione russa e siriana hanno iniziato a bombardare Idlib, una delle ultime roccaforti ribelli siriane dove si nasconderebbero ancora combattenti islamisti appartenenti a diversi gruppi fondamentalisti impegnati nella guerra al regime di Bashar al-Assad. Gli attacchi, 43 in tutto secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani,  sono iniziati dopo una tregua che durava dal 15 agosto e nonostante il monito del Presidente americano, Donald Trump, che aveva invitato la Russia e i suoi alleati Siria e Iran a rinunciare a un’offensiva in cui “centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise”. I bombardamenti, che secondo l’Osservatorio avrebbero causato già nove vittime civili, tra cui 5 bambini, potrebbero aprire la strada a un’offensiva di terra dell’esercito governativo siriano per conquistare l’ultima fetta del Paese in mano ai ribelli, come suggeriscono le dichiarazioni, poche ore prima dell’attacco, del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: “L’esercito siriano si sta preparando a risolvere il problema del terrorismo nella provincia di Idlib”. Ma la Casa Bianca avverte: “Se usate armi chimiche, noi e i nostri alleati risponderemo”.

I segnali di una nuova possibile escalation erano arrivati già nei giorni scorsi, dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Walid Muallem, che aveva annunciato l’intenzione di Damasco di andare “fino in fondo” nella lotta alle ultime sacche ribelli nel Paese. Parole che avevano preoccupato Stati Uniti e Onu che da giorni avevano iniziato a lanciare appelli contro il possibile utilizzo di armi chimiche da parte del governo siriano. “Non ne abbiamo bisogno – aveva risposto il ministro – perché otteniamo vittorie sui campi di battaglia”, aggiungendo, nei giorni successivi, che “l’Europa ha bisogno di un’ampia banca dati sui terroristi provenienti dalla Siria: noi abbiamo queste informazioni ma non le forniremo senza nulla in cambio, perché i paesi dell’Ue devono correggere gli errori commessi contro il popolo siriano”. Ma le preoccupazioni riguardanti il possibile utilizzo di armamenti chimici da parte di Damasco rimangono. Così la Casa Bianca, come durante la precedente amministrazione Obama, traccia la sua nuova linea rossa: “Se Assad usa nuovamente le armi chimiche – si legge in una nota -, gli Stati Uniti e i loro alleati risponderanno rapidamente e in modo appropriato”.

Quando Donald Trump ha lanciato il suo appello via Twitter al governo Assad e ai suoi alleati, Russia e Iran, si è capito che l’offensiva della coalizione pro-Assad era veramente vicina: “Il presidente Bashar al-Assad – ha scritto il tycoon – non dovrebbe attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib in Siria. E russi e iraniani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non facciamo che questo accada!”. “La situazione a Idlib rimane fonte di particolare preoccupazione a Mosca come a Damasco, ad Ankara come a Teheran – gli ha risposto Peskov dopo i primi raid dell’aviazione russa – Lanciare semplicemente moniti senza prestare attenzione al potenziale negativo e di grande pericolo per tutta la situazione in Siria è un approccio incompleto e non globale”.

Il tweet di Trump è arrivato mentre Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri di Teheran, arrivava a Damasco per incontrare il Presidente siriano che, intanto, aveva fatto muovere le truppe governative in direzione della città nel nord-ovest del Paese, poco lontana dal confine con la Turchia. Spostamenti che hanno messo in allarme Ankara che ha presto risposto inviando almeno otto camion con a bordo tank M60 e altri mezzi d’artiglieria nel distretto di Elbeyli, nella provincia frontaliera di Kilis, per essere poi trasferiti ai militari già presenti a Idlib con dodici postazioni di monitoraggio. Dietro a questa mossa, spiegano fonti militari citate da Hurriyet, c’è anche la necessità di controllare eventuali movimenti di profughi in fuga dalla Siria verso i confini turchi.

Le parole di Peskov, quindi, suonano come l’ultimo annuncio della coalizione prima dei bombardamenti che, riporta l’Osservatorio, hanno colpito le postazioni dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham nella periferia di Jisr al-Shughour, ma anche zone controllate da gruppi ribelli nella città di Ariha. “La situazione a Idlib continua a restare oggetto di preoccupazione particolare per Mosca, Damasco, Ankara e Teheran – ha spiegato Peskov all’agenzia di stampa Interfax, a pochi giorni dal summit russo-turco-iraniano sulla Siria che si terrà in Iran il 7 settembre – I terroristi si sono radicati a Idlib e ora, oltre a destabilizzare la Siria e compromettere il processo di pace, rappresentano una minaccia per le basi russe nel Paese. Le forze armate siriane si stanno preparando a risolvere questa situazione”. Dopo gli attacchi, però, il portavoce ha rifiutato di rilasciare qualsiasi commento: “Non ho informazioni operative su ciò che stanno facendo i nostri militari. Vi consiglio di rivolgervi al ministero della Difesa”.

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