Assieme alla recente notizia dello stupro ai danni della ragazza di Parma (solidarietà a lei!) viene fuori l’assoluta inadeguatezza dei media a descrivere la violenza di genere e a raccontare i fatti. Per prima cosa questo voler porre l’accento sulla “razza” di uno dei due “presunti” stupratori (l’altro è un italiano), come se lo stupro fosse più o meno legittimo in caso di differenza etnica, è una speculazione sulla pelle delle vittime.

Lo stupro è un atto di potere contro una persona privata del diritto a dare o negare consenso. La “razza” o la classe di appartenenza dello stupratore non fanno la differenza. È un particolare cruccio fascista quello di valutare differentemente quanto sia più o meno grave lo stupro a seconda della persona che lo realizza. Se lo fa un italiano lei se l’è cercata e se lo fa uno straniero allora lei viene invisibilizzata per dare sfogo ai due minuti d’odio contro tutti i migranti. Inutile dire e ridire che nel secondo caso chi sfoga odio razzista non ha alcun interesse per le vittime di violenza. Anzi. Se gli stupratori sono due, uno italiano e uno straniero, crolla però l’impalcatura culturale della destra.

L’altra cosa che i media non dovrebbero fare è quella di accostare alla notizia di uno stupro l’immagine di una donna indifesa, con lividi e solitamente raggomitolata su se stessa, che richiama al paternalismo più bieco. Non si esalta la forza di una donna che denuncia ma si solletica l’ego di un cavaliere/protettore/patriarca che possa salvarla e poi possa controllarne sessualità e corpo. L’immagine che bisognerebbe scegliere, per non rivittimizzare la donna che ha subito lo stupro, è quella di una donna forte, combattiva, che urla o che reagisce perché è lei la protagonista principale della sua salvezza e non – ancora una volta – gli uomini, cavalieri erranti, salvatori della patria.

Stessa cosa si può dire degli articoli ai quali viene accostata sempre l’immagine di un’auto della polizia o dei carabinieri. È un po’ come fare del marketing istituzionale per esibire solo uno dei tanti riferimenti cui una donna violentata possa accedere. Voler a tutti i costi esaltare il ruolo degli uomini che salvano la vittima (se e quando intendono salvarla) è anche questo un modo per togliere forza alla donna, alla sua capacità di restare in piedi quando tutti la lapidano sul mondo reale o virtuale. Basterebbe mettere un’immagine che rimanda a una organizzazione di donne per le donne, con un numero da chiamare, indirizzi per chi non sa a chi rivolgersi o per chi ha bisogno di pensare e valutare prima di fare una denuncia.

Le donne che subiscono violenza non vivono un percorso semplice. Non è tutto così bianco o nero. A volte servono anni per tirarsi fuori dal buco nero creato dal senso di colpa. Viene da dire che il limite per denunciare, entro un tot tempo, è un’idiozia ma il punto è che i media non valorizzano luoghi in cui esistono persone che sanno di cosa si parla quando parliamo di violenza di genere. Sanno che la cosa prioritaria è quella di restituire autostima alla vittima e di lasciare a lei il diritto di scegliere se denunciare o no. Una donna che denuncia d’altronde deve essere ben preparata. Deve avere le spalle forti per reggere il peso delle accuse, del processo fatto sulla sua pelle, della colpevolizzazione e perfino della condanna di altre donne che si schierano con gli stupratori invece che con la vittima. Ecco: una donna che si espone ha più forza di quel che potete immaginare e illustrarla con immagini di repertorio rivittimizzanti è un modo distorto di comunicare che infine invisibilizza la sua lotta per darne il merito ad altri.

Potreste pensare che tutto ciò non sia importante ma lo è. Chi studia comunicazione lo sa. Ogni immagine comunica qualcosa e le immagini scelte dai media quando parlano di stupro presentano la stessa, ricorrente, versione della storia. Una versione che viene meno quando arriviamo alla suddivisione tra vittime di serie A e vittime di serie B. Le sante e le puttane, quelle che vengono descritte come angeliche e le altre che se la sono cercata perché si divertivano, avevano bevuto, avevano accettato un appuntamento con qualcuno senza immaginare che potesse essere uno stupratore. Della vittima si espone ancora la pelle, il corpo, la vagina massacrata, si analizza la sua sessualità, i suoi precedenti orgasmi. Ad ogni parola che scava morbosamente nel privato della vittima, per metterla alla gogna e per istigare odio contro di lei, corrisponde lo sforzo di una persona che in ogni caso, nonostante le pietre le massacrino ancora il corpo, resta in piedi.

Quel che dovrebbero fare i media e che facciamo noi è sostenerla, stare in piedi accanto a lei, affinché sia lei a recuperare autostima e sicurezza e non il presunto eroe del giorno, che sia in divisa o meno. D’altro canto possiamo vederlo in caso di femminicidio: le polizie arrivano dopo, quando una donna è morta, non prima e non esistono politiche di prevenzione, non esiste una sufficiente sensibilizzazione che coinvolga i media affinché restituiscano a ciascuno il proprio ruolo.

Solidarietà a tutte le vittime di violenza di genere. Noi vi crediamo. Siamo con voi.