Diritti

Università e diritto allo studio, il Veneto vuole più autonomia. Ma la proposta di Zaia è pericolosa?

Nei giorni scorsi è stata avviata una petizione sostenuta da docenti, giornalisti ed economisti che intendono lanciare l’allarme su un’iniziativa partita dalla Regione Veneto, finalizzata a ottenere maggiori autonomie da parte dello Stato.

Secondo quanto si legge sul sito dell’ente, “il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha trasmesso al ministro per gli Affari regionali Erika Stefani la proposta di legge delega per il riconoscimento dell’autonomia differenziata, in attuazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione”. Si delineerebbe “’un’innovativo percorso istituzionale’, che prevede la stipula di un’intesa tra governo e Regione per una legge delega che dettagli ‘ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia’ per tutte le 23 materie previste dalla Costituzione”.

Nel frattempo, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato: “Appena arriva la proposta dal Veneto sull’autonomia il Consiglio dei ministri è pronto a firmarla”.

Tale proposta, analizzata nel dettaglio dal professor Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata e tra i primi firmatari della petizione, avrebbe dei contenuti di carattere “eversivo e secessionista”. Nel dettaglio, secondo quanto riportato nel testo della petizione, la Regione Veneto avrebbe chiesto allo Stato di trasferire alle regioni risorse in modo proporzionale ai “fabbisogni standard”, calcolati in un modo ritenuto inaccettabile dal professor Viesti e dai firmatari.

Infatti, la proposta prevederebbe che tali fabbisogni siano calcolati non solo sulla base dei bisogni specifici della popolazione e dei territori – con riferimento, quindi, al numero di bambini da istruire, ai disabili da assistere e alle altre esigenze del territorio – ma anche in base al gettito fiscale e, cioè, alla ricchezza dei cittadini.

Nel testo della proposta, si dichiara tra l’altro che “detti fabbisogni debbano progressivamente diventare, entro cinque anni, in un’ottica di superamento della spesa storica, il termine di riferimento, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”.

Questo è un punto ritenuto fondamentale nella petizione, in quanto introdurrebbe una potenziale violazione dei principi di uguaglianza contenuti nella nostra Costituzione. In sostanza, per il godimento dei Diritti sociali, non sarebbe più sufficiente essere cittadini italiani, in quanto i livelli delle prestazioni erogate dipenderebbero dalla regione in cui si ha residenza.

La proposta della Regione Veneto, viene fatto osservare, si inserisce in un pericoloso vuoto normativo (più volte evidenziato anche dalla Corte costituzionale) che consiste nella mancata definizione dei livelli essenziali (Lep) delle prestazioni sociali e civili da parte dei governi che si sono susseguiti dal 2001 ad oggi. Ossia da quando con la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, all’articolo 117 lettera m, si è imposta la definizione dei “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. In chiara evidenza, l’entità delle risorse da attribuire alle singole regioni non può essere definita in maniera equa se prima non si sarà proceduto al calcolo dei cosiddetti Lep.

In caso contrario, si correrebbe il grave rischio di erronee e illegittime attribuzioni alle singole regioni, in eccesso o in difetto. La sottoscrizione sottolinea anche la richiesta di acquisizione da parte della Regione Veneto di “potere esclusivo” su materie che vanno dall’offerta scolastica – inclusa la selezione degli insegnanti su base regionale – al diritto allo studio e alla formazione universitaria, alla programmazione dei flussi migratori e altro ancora, incluse le infrastrutture e la relativa programmazione, configurando una potenziale estromissione dello Stato dalla programmazione dei principali servizi pubblici nazionali.

Secondo il contenuto della petizione – il cui collegamento è riportato in calce a questo articolo – il Parlamento verrebbe espropriato del “diritto-dovere di legiferare su questioni decisive per il futuro dell’Italia”. I sottoscrittori pertanto chiedono che passaggi così delicati coinvolgano il Parlamento, in primis e la pubblica opinione, essendo necessaria una lunga e approfondita riflessione sugli equilibri di competenze tra Stato e Regioni e in virtù dell’esigenza di contemperare gli interessi di tutti i cittadini italiani secondo quanto dettato dalla nostra Costituzione.

È il caso di ricordare che le anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sottolineano:

1. Le interdipendenze tra macro-aree del Paese (le imprese del Nord utilizzano prodotti intermedi e fattori produttivi del Mezzogiorno);

2. Il fallimento delle politiche basate sul c.d. effetto locomotiva.

Negli ultimi anni è stato dimostrato proprio l’esatto contrario: il Paese cresce se viene coinvolto tutto nelle dinamiche di crescita. Quindi diviene controintuitivo e anacronistico pensare di poter ragionare in chiave localistica per salvaguardare la sola economia della propria regione. Tali logiche avrebbero ripercussioni negative sull’economia dell’intero Paese e, alla lunga, inevitabili ricadute negative anche su quei territori che oggi godono di quadri contingenti positivi.

Chi volesse sottoscrivere la petizione cliccando questo link.