La situazione nel sud est dell’Ucraina rischia di infiammarsi. Alexander Zakharchenko, capo dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, una delle repubbliche separatiste del Donbass, è rimasto ucciso in un’esplosione avvenuta presso il bar Separ, situato nel centro della città. L’amministrazione della repubblica popolare, riporta la Tass, ha confermato la morte di Zakharchenko precisando che si tratta di un “attentato”. Il ministro delle Finanze Alexander Timofeyev è rimasto ferito nell’esplosione.

Dopo aver combattuto al fronte, Zakharchenko, 42 anni, era stato nominato primo ministro dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk l’8 agosto 2014. Il 2 novembre dello stesso anno era stato eletto presidente con il 75% dei consensi. Nel febbraio 2015 aveva partecipato alle trattative per la stesura del trattato di pace di Minsk II.

Le autorità di Donetsk hanno fatto sapere di aver fermato alcuni “sabotatori ucraini” poco dopo l’attentato mentre percorrevano le strade della città in macchina. “Si tratta di un’altra aggressione da parte dell’Ucraina: vendicheremo la morte di Zakharchenko”, ha tuonato Denis Pushilin, presidente del Consiglio del Popolo di Donetsk.

A dargli manforte ci ha pensato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. “Ci sono tutte le ragioni per credere che dietro questo assassinio vi sia il regime di Kiev: hanno giù utilizzato metodi simili, più volte, per eliminare persone indesiderate”, ha dichiarato. “Invece di rispettare gli accordi di Minsk, e cercare modi di risolvere il conflitto interno, i guerrafondai a Kiev stanno attuando lo scenario terroristico esacerbando la complessa situazione nella regione”, ha incalzato.

I servizi di sicurezza ucraini (SBU) hanno negato ogni coinvolgimento e hanno puntato il dito contro i “conflitti interni” alle nuove oligarchie di Donetsk e all’opacità dei loro affari. Se, come sempre, Kiev e Mosca tirano l’acqua ai rispettivi mulini, di fatto la situazione sul campo nel Donbass si è aggravata molto nel corso dell’estate e la conta dei morti e dei feriti, da entrambi i lati del fronte, continua a salire. E gli accordi di Minsk, appunto, restano lettera morta.

I contatti fra Mosca e Washington proseguono e si aggiungono a quelli periodi del ‘formato Normandia‘, che oltre a Russia e Ucraina comprende Germania e Francia. Angela Merkel e Vladimir Putin, nel loro incontro agostano a Meseberg, hanno essenzialmente preso atto che il processo di pace “non sta andando da nessuna parte” e hanno affrontato nuovamente il tema della possibile missione dei caschi blu dell’Onu nel Donbass, unica vera novità capace di smuovere le crisi.

Il conflitto da congelato rischia però ora d’infiammarsi. In Ucraina il prossimo anno ci saranno le presidenziali e l’attuale leader Petro Poroshenko continua a battere il tasto sul tema dell’ingresso del Paese nella Nato – che per Mosca equivale a un affronto. Un equilibrio sempre più difficile da mantenere.

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