Da immobili di lusso a produzioni hollywoodiane, da case discografiche alle applicazioni per cellulare più utilizzate, fino al petrolio e all’alluminio russo passando per amicizie con persone vicine a Vladimir Putin. È la galassia di società controllata da Leonard Blavatnik, 61enne uomo d’affari di origine ebraica nato nell’ex Unione Sovietica che controlla Dazn, la piattaforma che da quest’anno fa concorrenza a Sky nella proiezione dei campionati di Serie A e B. Il servizio, già attivo da tempo negli Stati Uniti, in Giappone e in altri paesi europei (soprattutto Austria, Svizzera tedesca e Germania) esiste dal 2015 ed è di proprietà di Perform Group, una grande multinazionale con sede a Londra.

Nel 2014 la società Access Industries passò dal possedere il 42,5% di quote di Perform all’attuale 77 per cento, ottenendone così il controllo assoluto. Con sede negli Usa, Access Industries è un colosso del capitalismo a stelle e strisce e costituisce il braccio destro di Blavatnik, unico azionista e amministratore delegato dell’azienda. Al proprio interno racchiude società attive nel mercato immobiliare, tecnologico (ha investito anche su Snapchat, Spotify e Zalando), petrolchimico e, ovviamente, nel settore dei nuovi media, della musica e del cinema, dopo aver acquistato per tre miliardi di euro la Warner Music nel 2011. Blavatnik fondò la Access Industries nel 1986. Da allora, tra investimenti nell’alluminio russo e acquisizioni eccellenti, la società ha contribuito a una lenta ma costante crescita del patrimonio controllato dal magnate, fino a farlo diventare l’uomo più ricco d’Inghilterra (ha cittadinanza inglese, americana e russa) nel 2015, secondo il Sunday Times.

CHI È LEONARD BLAVATNIK
Nato nel 1957 a Odessa, oggi Ucraina e all’epoca Unione Sovietica, a 21 anni i suoi genitori si trasferiscono negli Stati Uniti dove prima alla Columbia University poi ad Harvard si dedica ad approfonditi studi aziendali e manageriali fino al 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino. E proprio la dissoluzione dell’ex Urss rappresenta il primo di quattro grandi momenti chiave nella carriera di Blavatnik. All’epoca riesce a emergere tra i vincitori nella famosa “guerra dell’alluminio” scatenatasi a seguito della massiccia privatizzazione delle aziende statali nei primi anni ‘90.

Il secondo colpo di genio di Blavatnik arriva nel 2010. La sua Access Industries acquisisce per 1,8 miliardi di dollari la LyondellBasell, gigante statunitense in crisi del settore chimico. Quattro anni più tardi l’azienda aveva più che quintuplicato il proprio valore: è stato definito il più grande affare nella storia di Wall Street.

Altri momenti d’oro furono l’acquisizione di Warner Music, avvenuta nel 2011, e la vendita delle sue quote nella TNK-BP per 7 miliardi di dollari avvenuta nel 2013. Mentre la prima è attualmente la terza casa discografica del mondo, la seconda è un gigante russo attivo nel settore petrolifero. Blavatnik è oggi considerato l’uomo più ricco del Regno Unito, con redditi ben al di sopra di quelli della regina e della scrittrice J.K. Rowling. È stato insignito della Knighthood per via del suo grande impegno filantropico, espresso prevalentemente attraverso la Blavatnik Family Foundation.

LE SANZIONI RUSSE
Quando all’indomani del crollo dell’Urss Blavatnik entra in società con Viktor Vekselberg, suo amico ed ex compagno di università, i due acquisiscono una società denominata UC RUSAL, all’epoca vanto dei governi comunisti e che, una volta privatizzata, diventa ben presto il maggior produttore di alluminio al mondo. Secondo il New York Times, Vekselberg e Oleg Deripaska (un altro grande azionista di UC RUSAL) sono uomini vicini al Cremlino. A leggere le informazioni rilasciate dal dipartimento del Tesoro americano, i due soci di lunga data di Blavatnik hanno un passato professionale non propriamente impeccabile. Mentre Deripaska è stato accusato di riciclaggio di denaro, di aver intercettato illegalmente ufficiali governativi e di aver minacciato di morte alcuni suoi rivali in affari, nel 2016 l’azienda di Vekselberg si è vista arrestare due dei suoi manager principali per aver corrotto dei pubblici ufficiali.

La UC RUSAL, di cui Access Industries deteneva quote importanti almeno fino al 2010, è anche oggetto delle sanzioni inflitte a partire dallo scorso aprile dal governo Usa contro la Russia. I provvedimenti furono emanati nei confronti di quelle aziende ritenute pericolosamente vicine a Vladimir Putin in virtù della presunta influenza esercitata dallo Zar nel corso delle presidenziali americane del 2016. Secondo Washington, Vekselberg, socio e amico di Blavatnik, sarebbe infatti da considerarsi amico stretto di Putin.

LA LUNGA MANO DEI LOBBISTI DI BLAVATNIK
Makan Delrahim è vice procuratore generale della divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia americano, nominato direttamente dal presidente americano. In passato, tra gennaio e settembre del 2017, ha ricoperto il ruolo di vice consigliere di Donald Trump. David Bernhardt invece al momento è l’equivalente del vice ministro degli Interni dell’amministrazione Trump. Questi due uomini sembrano avere in comune soltanto dei buoni rapporti col tycoon americano. E invece no, c’è dell’altro. Un documento visionato dal Fatto Quotidiano dimostra infatti che i due nel biennio 2011-2012 sono stati registrati come lobbisti proprio per conto di Access Industries, la grande multinazionale di Blavatnik. Un dettaglio che non è passato inosservato agli occhi della giustizia americana, ancora impegnata a far luce sulle interferenze russe nelle ultime elezioni presidenziali e a chiarire i legami di Trump e dei suoi uomini con la Russia nell’ambito del Russiagate.

I CONTI DI DAZN
Con oltre 19mila eventi live trasmessi all’anno (secondo dati forniti dall’azienda stessa), Perform Group è una sports media company globale incentrata sulla trasmissione in streaming. È proprietaria dei siti web Goal.com, Runningball e del provider di statistiche OptaSports. Il gruppo ha chiuso il 2017 con 496 milioni di euro di ricavi, di cui 102 generati proprio da Dazn. Le perdite però non sono irrisorie e ammontavano a 418 milioni lo scorso anno. L’investimento nel calcio italiano è l’ennesima scommessa a firma Blavatnik. Sul piatto ci sono 193 milioni di euro a stagione per la Serie A e 22 per la Serie B, a cui va aggiunto un ulteriore investimento di 50 milioni per la sede di Milano e i suoi 150 dipendenti. L’obiettivo, fanno sapere dall’azienda, è raggiungere tre milioni di abbonati. Una sfida che, seppur non impossibile, appare quantomeno ardua viste le grosse difficoltà tecniche riscontrate durante la prima giornata di campionato e il conseguente sollevamento popolare.

di Gabriele Cruciata e Lorenzo Bodrero