Nel pieno della calura estiva che rallenta pensieri e riflessi, mentre l’italiano medio pensa più al mare che a ogni altra cosa, è stato depositato il progetto di legge finalizzato a tagliare le pensioni alte e medie, a detta degli estensori – ma vedremo che non è assolutamente così – in accordo con quanto previsto dal contratto di governo.

Il taglio è sempre stato un cavallo di battaglia del M5S con una certa tiepidità da parte della Lega, in ragione probabilmente del fatto che lo spostamento di risorse dalle pensioni medie e alte verso quelle sociali sarebbe l’ennesimo trasferimento dalla popolazione del Nord a quella del Sud, ma il Pdl è stato stavolta presentato da un parlamentare M5S e da uno della Lega e anzi, quest’ultimo, Riccardo Molinari, è il più attivo a propagandarne la presentazione facendo propri gli slogan – usurpati – di “equità sociale” e “solidarietà”.

La vicenda delle pensioni più alte si trascina nell’immaginario collettivo ormai da tempo: queste pensioni sono state nel mirino di tutti i governi degli ultimi 30 anni, con contributi di solidarietà e mancate perequazioni, tutte sempre motivate con “equità” e “solidarietà” citate per lo più a sproposito e il M5S, che nell’arte di coltivare l’astio sociale è maestro, ci ha marciato parecchio in modo un po’ confuso. In origine si prospettava un draconiano taglio a 5.000 €/mese per tutti, poi precisò che si trattava di 5.000 € netti, quindi approdò al ricalcolo contributivo – originariamente ipotizzato dal presidente dell’Inps Tito Boeri – per le pensioni superiori a 5.000 € netti mese, poi diventati rapidamente 4.000. Il ricalcolo contributivo sembrava la chiave dell’equità; chi infatti potrebbe negare che una pensione debba essere ragionevolmente commisurata ai contributi versati? Magari si potrebbe obiettare che le regole andrebbero stabilite prima che una persona sia in pensione e non dopo, ma il principio è solido.

Boeri, a suo tempo, aveva preso atto della impossibilità di ricalcolo esatto per tutte le pensioni nel mirino, per assenza dei dati contributivi meno recenti e aveva ipotizzato un sistema di stima dei contributi versati, basato su una simulazione a ritroso delle dinamiche salariali partendo dalle ultime disponibili; un metodo un po’ approssimativo, ma quantomeno finalizzato alla valutazione del montante contributivo.

Gli estensori del progetto di legge attuale sembrano avere identificato una strada più facile per aggirare il problema della mancanza di dati contributivi e cioè quella di ignorarli e tagliare tout court; pazienza se questo confligge con quanto scritto nel contratto di governo e con le multiple e ricorrenti dichiarazioni di Luigi Di Maio sul tema: “tagli… se non si sono versati i contributi”.

In realtà nella proposta di legge non si fa alcuno – ma proprio alcuno – riferimento ai contributi versati che sono scomparsi dall’orizzonte (vedi allegato); il sistema proposto sarebbe una riparametrizzazione delle pensioni più alte, basata unicamente sull’età di ritiro comparata con l’età di pensione di vecchiaia vigente al momento del pensionamento, indipendentemente da quanti contributi siano stato versati, dal fatto che questi giustifichino o meno l’assegno erogato durante l’aspettava di vita del pensionato e dal fatto che un calcolo contributivo chiarirebbe che il taglio sia completamente ingiustificato. I proponenti non hanno neppure previsto l’opzione per chi ne facesse richiesta, di accedere al sistema contributivo per la propria pensione, ove i dati siano disponibili.

Cosa ci dice la vicenda? Innanzitutto che la bugia elettorale procrastinata anche nella fase di governo è metodo di gestione del consenso da parte del M5S; infatti Di Maio continua a spacciare al suo elettorato e all’opinione pubblica di stare lavorando per il ricalcolo contributivo, mentre lavora nelle carte e nei fatti per un taglio senza nesso con i contributi.

Ci dice poi che l’equità è sparita dall’orizzonte dei desideri del governo, dato che questa leggicchia aggiungerebbe nuove iniquità. Per esempio tagliando la pensione a chi si fosse ritirato presto ma con contributi enormi e non a chi avesse versato molto meno ma si fosse ritirato più tardi e soprattutto, per l’aspetto mirato all’età del ritiro, penalizzando chi si fosse ritirato a 60 anni o 62 in tempi recenti e lasciando intonsi pensionati baby usciti prima dei 40 anni in tempi precedenti e le cui pensioni sono uno tra i principali responsabili delle magagne dell’Inps.

Infine, ci conferma l’attitudine pervicace del M5S, che sembra avere contagiato presto anche la Lega, ad aggredire bersagli di facciata identificati sempre nelle categorie alle quali, viceversa, parecchi meriti dovrebbero essere riconosciuti: di volta in volta scienziati, dirigenti, medici, imprenditori; continui schiaffi al merito con una totale disattenzione proprio a quell’equità tanto sbandierata.

In ultimo, non sembra casuale che il meccanismo assurdo contenuto nella progetto di legge risparmi di fatto  i magistrati i quali hanno età di pensionamento sempre molto alte; che questo sia un tentativo di accattivarsi la magistratura in previsione di ricorsi certi alla Consulta?