“Un caso isolato”. Così le autorità cinesi cercano di minimizzare l’esplosione avvenuta giovedì in prossimità dell’ambasciata americana a Pechino. Secondo l’account Weibo del dipartimento della sicurezza pubblica della municipalità, il colpevole sarebbe un 26enne della Mongolia, visto da alcuni testimoni oculari detonare inavvertitamente l’ordigno – fabbricato con dei fuochi d’artificio – mentre cercava di scagliarlo contro la sede diplomatica Usa.

Il sospettato, di cui si conosce solo il cognome (Jiang), è stato portato in ospedale per il trattamento di una lesione alla mano. “A parte l’attentatore, nessun’altra persona è rimasta ferita e l’edificio dell’ambasciata non ha riportato danni”, si legge nel comunicato rilasciato dal portavoce della delegazione statunitense. L’episodio, che ha coinvolto l’angolo sud-ovest del compound localizzato nel distretto di Chaoyang, ha portato alla chiusura temporanea della Tianze Road e all’interruzione delle regolari operazioni di rilascio dei visti, riprese intorno alle 15.

Il ministero degli Esteri ha sottolineato la prontezza con cui le forze di polizia hanno gestito l’accaduto, sorvolando sulla matrice dell’attentato. Secondo fonti del New York Times, il ragazzo avrebbe messo in atto il gesto estremo per attirare l’attenzione su un caso di violazione dei diritti umani. Un copione a cui spesso ricorrono petizionisti in cerca di giustizia.

Nel 2013, un uomo rimasto paralizzato dopo un pestaggio per mano della polizia e da anni in attesa di un risarcimento ha fatto esplodere una bomba rudimentale presso l’aeroporto di Pechino. Due anni prima, nella provincia del Jiangxi, un disoccupato di 52 anni ha messo a segno una serie di attacchi dinamitardi contro tre uffici governativi per protestare contro l’inadeguatezza del rimborso ricevuto a seguito della demolizione forzata della propria abitazione.

Mentre il movente della rivalsa sociale è in attesa di conferme, la ricostruzione fornita dalle autorità non fa menzione di un episodio altrettanto oscuro avvenuto nella stessa zona della città due ore prima. Testimonianze riprese tanto dal quotidiano dai media internazionali quanto dal Global Times, spinoff dell’organo di stampa del Partito comunista cinese, fanno riferimento all’arresto di una donna dopo un tentativo di autoimmolazione, altro triste espediente cui spesso ricorrono vittime di abusi e minoranze etniche in cerca di un pieno riconoscimento culturale. Non è chiaro se i due incidenti siano in qualche modo collegati.

Nonostante il valore simbolico della location, nulla sembra invece suggerire la matrice nazionalista. Il fallito attentato giunge mentre Cina e Stati Uniti sono nel pieno di una guerra tariffaria che non sembra prossima alla fine. In passato, il deperimento delle relazioni diplomatiche con i vicini asiatici è stato talvolta accompagnato da atti dimostrativi e forme di patriottismo radicale, come nel caso dell’assalto alle automobili giapponesi in concomitanza con le schermaglie nel Mar cinese orientale.

Nulla di simile è stato finora riscontrato contro obiettivi americani, complice la narrazione moderata adottata dai media di stato per evitare un’escalation in previsione della ripresa dei colloqui con Washington. Piuttosto, rischi per la sicurezza del personale diplomatico americano sono stati sollevati recentemente in seguito al verificarsi di misteriosi “attacchi sonori” presso le sedi diplomatiche Usa in Cina. Un caso – ancora irrisolto – che ricorda molto quanto sperimentato nel 2017 dai funzionari statunitense di stanza a Cuba.

La notizia non è stata dell’esplosione non è presente sulle home page di nessuno dei due principali portali governativi in lingua cinese. Secondo il sito web What’s on Weibo, mentre le prime informazioni sull’incidete sono rimbalzate sull’omonimo Twitter cinese totalizzando circa un milione di visualizzazioni, la scure della censura ha provveduto ben presto a limitare la conversazione. Sebbene non del tutto. Uno dei commenti più popolari recita con sarcasmo: “Gli americani [staranno pensando]: ‘È soltanto una scoreggia rispetto alle sparatorie nelle nostre scuole'”.

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