Questo articolo è stato commissionato da una lobby segreta che riunisce le Ong più potenti al mondo. Perdonate l’introduzione brusca, ma ritenevo corretto mettere subito in chiaro in quale libro paga è scritto il mio nome.

Ho detto la verità? Ho scritto una fake news? A voi la libertà di credermi o non credermi, secondo l’ultimo principio di questi tempi oscurantisti. A spegnere la luce, un tuttologo diritto d’opinione, che modifica la realtà perché ne altera la percezione. Prendete il caso dei vaccini o quello del recente naufragio libico (che per arricchimento personale mi sta più a cuore): non contano le fonti, non contano le prove, il parere autorevole vale uno, come uno pretende di valere anche lui, complottista qualunque. Così facendo tutto diventa opinabile e tutti siamo in balìa di una baumaniana società liquida dove la verità è diluita. Dove non si sa più se a galleggiare fossero bambini o bambolotti. Prima legge dello sfacelo: so di non sapere, ma me ne frego e parlo lo stesso.

Siamo così tutti immersi in una piatta democrazia social. Tutti, compreso chi prova a tirarsene fuori perché ha poco tempo o molto buon senso. Il suo silenzio, infatti, lascia campo ai più esagitati, che prendono piede e coraggio, convinzione e convincimento. Dalla loro hanno gli ammalianti algoritmi dei trend, che premiano i contenuti che più piacciono a loro stessi e nascondono il resto, appagando il bisogno di avere sempre ragione e allontanando ogni contraddittorio. Così Facebook si fa vizio. Seconda legge dello sfacelo: so di non sapere ma ho comunque ragione e infatti piaccio a tutti.

Eppure, là fuori, il mondo si era dato regole diverse: per guidare serve una patente, non il diritto ad avere un’auto come ce l’hanno tutti; le insegne dei migliori panifici vantano che lì si fa il pane da sessanta e più anni, non per aver letto la ricetta su un forum. Dico che le regole “erano” diverse perché dai social alla società il cambiamento si infiltra in ogni aspetto, compresi quelli fondanti. Prendete la dichiarazione di Beppe Grillo sul Parlamento pescato a sorte o a un pilastro del nuovo modo di intendere la politica, la famosa regola dei due mandati: il pane lo si lascia fare agli esperti panificatori, ma ogni 10 anni le più importanti decisioni del Paese le prenderà chi è neofita della cosa pubblica. Una – insufficiente – garanzia di onestà che non è garanzia di competenza.

L’effetto è un progressivo livellamento verso il basso che affonda così fino al suo terzo e ultimo gradino: il suffragio universale. Per compiere scelte decisive bisogna essere abilitati; per affrontare situazioni importanti occorre superare esami. Solo per il voto, con tutte le sue conseguenze, basta saper mettere una croce. Terza legge dello sfacelo: so di non sapere ma il mio voto conta come il tuo.

Perdonate il finale brutale, ma ritenevo utile mettere in luce gli scricchiolii strutturali della nostra società. Questo articolo è chiaramente provocatorio, ma se può esserci verità in tutto, volete che un po’ non ne sia capitata anche in queste righe?