Barba bianca, vestito rosso e scettro in mano, un’enorme sagoma di San Nicola protegge la porta su cui si perde l’ultimo rigore della Spagna. Non si sa se sia stato lui a fare il miracolo, o la lunga mano di Vladimir Putin che rinnova la vecchia tradizione di certi Paesi ospitanti che devono fare strada comunque e contro ogni pronostico. Ma il Mondiale di Russia 2018 è davvero il Mondiale della Russia: la nazionale di casa è nei quarti di finale, tra le grandi potenze del mondo, persino calcistiche.

I russi hanno eliminato la Spagna, sotto gli occhi esterrefatti di re Felipe VI e del grande capo della Fifa, Gianni Infantino, ma non di Putin che sicuramente rimpiange di non aver presenziato al trionfo in tribuna (“La sua agenda non glielo consente”, aveva spiegato nei giorni scorsi il suo portavoce): 1-1 dopo regolamentari e supplementari, trascinati dal gigante Dzyuba, il più amato dei giocatori locali, 5-4 ai rigori. Una specie di rivincita della finale di Euro ‘64, persa dall’Urss contro la Spagna di Franco a Madrid, una delle sconfitte più amare dello sport sovietico. Altri tempi, ma ieri qualche tifoso ha indossato anche la vecchia maglietta della Cccp.

Dopo l’ultima parata di Akinfeev, portierone che dopo una carriera macchiata da diverse papere (clamorosa quella in Brasile 2014) ieri è diventato eroe nazionale, un intero popolo si è riversato in piazza e nelle strade, cosa che non è abituato a fare molto di frequente (durante il torneo, ad esempio, tutte le manifestazioni pubbliche sono vietate, limitate da una serie insuperabile di permessi). A Mosca delirio nella Piazza Rossa, a San Pietroburgo la Prospettiva Nevsky si è trasformata in un infinito corteo di tricolori, dai centri più piccoli arrivano immagini di colpi di pistola sparati in area e trattori per le strade. “È la notte più bella della mia vita – urla Dimitri -, non abbiamo mai vissuto nulla del genere”. E non parla solo di pallone, che qui ha conosciuto un unico momento di gloria nel periodo post-sovietico (la semifinale agli Europei del 2008): questa volta conta molto di più, perché è un Paese che dimostra al mondo di valere.

Bandiere ovunque, cori, musicisti che suonano vecchi canti popolari, belle ragazze che tirano fuori i trucchi e cominciano a dipingere le guance dei passanti, vodka, colbacchi, colombe portafortuna, persino un paio di costumi da orso: tutti i luoghi comuni sulla Russia prendono vita nella festa più russa che il Paese ricordi. “Voi stranieri dite sempre che sorridiamo poco: guardate come siamo felici stasera”. Nell’euforia collettiva ci si dimentica di tutto, le critiche alla nazionale dell’odiato ct Cherchesov, in cui proprio nessuno credeva a inizio torneo, e pure i problemi del Paese. L’eredità controversa di un grande evento che non lascerà quasi nulla alla popolazione, la contestatissima riforma riforma delle pensioni discussa in questi giorni in Parlamento, che alzerà addirittura di 8 anni l’età pensionabile per le donne. “Io probabilmente la pensione non la vedrò mai – scherza una ragazza con il tricolore dipinto sul volto – ma tornerò a lamentarmi domani: stasera cosa importa”.

È l’effetto mondiale in cui sperava Putin, il cui consenso è in calo nelle ultime settimane (dal 72 al 64%, secondo gli ultimi sondaggi: colpa proprio della “Fornero russa”), e magari tornerà a salire, grazie alla Russia che nella vulgata ufficiale vince sempre, adesso persino sul campo di calcio. Una squadra che dal 70° posto del ranking Fifa, organizza il Mondiale e arriva tra le prime otto al mondo, è davvero degna del suo presidente. Tornano in mente i precedenti di Argentina ‘78, o quello più calzante della Corea 2002, spinta in semifinale  a forza di arbitraggi casalinghi, ma stavolta non ci sono scandali. Un’eco sinistra risuona comunque nelle congratulazioni di Vitaly Mutko, l’ex ministro dello Sport e braccio destro di Putin coinvolto nello scandalo del doping di Stato, che però è rimasto a capo del comitato organizzatore e si gode il trionfo, ma il successo storico di ieri ha altri segreti. L’ardore dei calciatori russi trasformati dal loro pubblico, il catenaccio di Cherchesov, la pochezza della Spagna arrivata incredibilmente al Mondiale senza allenatore, un pizzico di fortuna, il favore dei rigori. In tutto questo Putin non c’entra davvero nulla, eppure resta l’impressione è che senza di lui non sarebbe mai potuto succedere.

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