Ricominciare, non vuol dire ripetersi. Per questo la sinistra per prima cosa non deve scoraggiarsi. Fino a oggi i cicli di “scoraggiamento” sono tutti ben visibili nella storia della sinistra italiana: dalla delusione nel rapporto con i socialisti, alle ricerche della “Cosa”, l’abbattimento rosso del primo governo Prodi, fino ai vari tentativi di spezzettamento confluiti in insignificanti zero virgola. Tutte cose ben note discusse e ridiscusse, sulle quali però non vi è stata una sana riflessione. Quello che è mancato è il “coraggio” o comunque un ciclo di incoraggiamento forte e deciso che potesse traghettare il popolo dopo Enrico Berlinguer, ultimo leader riconosciuto degno di questo nome.

Il coraggio, in politica, è quello che abbiamo intravisto, appena accennato nel Matteo Renzi della prima ora, nei vari Fabrizio Barca, Massimo Bray, Michele Emiliano, Maurizio Landini, Giuliano Pisapia (sono andato in ordine alfabetico). Solo un accenno che defluisce dopo poco nello scoraggiamento per poi sparire nel nulla. Perché? È mancato sostanzialmente il coraggio. Quello che Luigi Di Maio ha dimostrato usando un tormentone continuo e che è entrato nell’anima degli elettori: “Vogliamo migliorare la vita degli italiani!”.

Ecco. La politica in questa sua epoca di riproducibilità tecnica, deve avere il coraggio di soddisfare una esigenza forte del popolo degli elettori: la voglia di felicità. Cosa ci ha reso infelici? Anni e anni di impoverimento economico e soprattutto culturale determinato dalla globalizzazione e da quel suo azzeramento di spazio-tempo. La politica deve avere il coraggio di aderire a quella ricerca della felicità che è propria di ogni essere umano. La felicità semplice e umile di godersi un paesaggio che scorre nel treno che la mattina ti porta al lavoro, quella di guardare gli occhi di un giovane entusiasta dei suoi risultati, quella insomma che ci propinano ogni giorno solo nei più efficaci spot pubblicitari. La felicità semplicemente di esserci.

Quando Beppe Grillo dice da comico “esisti ergo hai diritto a un reddito” declama un’utopia, è vero, ma giunge a una conclusione realistica: il mercato globalizzato non è più in grado di garantire la felicità dei popoli, perché essa non è più legata alle merci. Appare complicato spiegarlo, ma è molto semplice. Oggi serve il coraggio di essere felici e la sinistra deve garantire questo diritto essenziale.

Insomma non bisogna essere filosofi per capire che la mancanza di lavoro rende infelici, che la paura di vivere in un posto rende infelici. Non è solo questione di degrado e ricchezza. Prima i quartiere periferici non erano dei salotti, ma chi ci viveva era felice. In politica oggi stravince chi promette qualità della vita, rispetto a coloro che assicurano qualità dei conti. La sinistra deve avere il coraggio di occuparsi della vita e non solo dei conti perché in passato spread e pil non esistevano e non sappiamo se in futuro ci saranno, o saranno sostituiti dal bes, mentre le vite delle persone c’erano e ci saranno anche in futuro, con i loro pregi, difetti, umori, emozioni, sogni, con le loro lacrime, gli sforzi, i dolori e le gioie. La Politica della sinistra deve essere quella che costruisce felicità e qualità della vita e in questi anni nessuno ha cercato di andare fino in fondo a questa cosa. Non è importante il nome o il colore, se giallo, rosso, è importante che abbia coraggio!

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