Nega tutto, anche di aver partepitato alla “vicenda dello stadio“. Così la definisce Luca Lanzalone, uno dei principali indagati dell’inchiesta sul nuovo impianto sportivo della Roma. “Io alla vicenda dello stadio non ho mai partecipato“,  si legge nel verbale dell’ex presidente di Acea. Una frase aggiunta a penna, evidentemente alla fine dell’interrogatorio di garanzia di Lanzalone, che venerdì scorso è andato a sedersi davanti al gip di Roma, Maria Paola Tomaselli. Il verbale non è ancora stato depositato e mancano le trascrizioni dell’atto.

“Vivo a Roma da poco, a Crema ci vive mia moglie. Ho un reddito di circa 14mila euro mensili e altri redditi da cariche societarie pari a circa 20 mila euro annui. Come presidente dell’Acea percepisco circa 144 mila euro annui”, è un altro passaggio dell’interrogatorio di Lanzalone. Che quindi – anche se ha risposto al gip – nega di avere mai avuto un ruolo nell’affare dello stadio: secondo la procura era il punto di contatto tra la giunta capitolina e Luca Parnasi. Avrebbe aiutato il costruttore romano facendo gli interessi suoi anziché quelli del comune e ricevendo in cambio la promessa di 100mila euro in incarichi per il suo studio legale.

Vanno in questo senso le dichiaraioni di Luca Caporilli, collaboratore di Parnasi, finito agli arresti domiciliari. Il manager ha ammesso oggi nel corso di un interrogatorio “dazioni di denaro in favore di almeno di un funzionario pubblico” responsabile dei pareri al progetto sulla struttura che dovrebbe sorgere a Tor di Valle. Quindi ha accusato l’avvocato.  “Al tavolo per la modifica del progetto dello stadio della Roma era l’avvocato Lanzalone a rappresentare il Campidoglio”, ha detto il collaboratore di Parnasi, assistito dagli avvocati Michelangelo Curti e Pierpaolo Dell’Anno. Dopo le prime ammissioni davanti alla gip, Caporilli ha chiesto di incontrare gli inquirenti per fornire nuovi elementi all’indagine.

Non è escluso che nei prossimi giorni incontri anche Parnasi chieda di incontrare i pm. Il costruttore è stato trasferito da San Vittore, Milano, al carcere romano di Regina Coeli. Delle 27 persone indagate dalla procura capitolina, in sei sono in carcere perché ritenute parte di una presunta associazione a delinquere: rispondono a vario titolo, anche di corruzione, traffico di influenze, frode fiscale, finanziamento illecito. Ai domiciliari sono, oltre all’avvocato di Genova, il vicepresidente del Consiglio regionale Adriano Palozzi, di Forza Italia, che secondo le accuse avrebbe ottenuto da Parnasi circa 25mila euro per operazioni inesistenti, e il consigliere regionale del Pd Michele Civita, accusato di corruzione, per aver avuto promessa dell’assunzione del figlio. Gli avvocati di Civita e Lanzalone hanno chiesto la scarcerazione dei loro assistiti. La procura di Roma ha però espresso parere negativo sulle richieste.

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