Nel tempo del pensiero breve e del processo di disumanizzazione che stiamo vivendo anche la sofferenza di coloro che scappano da guerre e miseria viene strumentalizzata. Questo è raccapricciante.

Troppi giornalisti (grazie a Dio non tutti) hanno come obiettivo, tra le 300 parole pronunciate, di catturare e decontestualizzarne un paio per poterti far apparire ciò che egli vuole (o meglio ciò che la direzione anela e quindi la proprietà azionaria del giornale). Purtroppo, fa parte del gioco (sporco) di quella che si autodefinisce “informazione”. Alcune mie dichiarazioni e interviste con titoli (a volte) artatamente creati per generare confusione, mirano a etichettarmi alle volte come estremista di sinistra, altre quasi come un leghista imperituro. Trovo questa schizofrenia divertente, ma su questo tema va fatta chiarezza perché non si scherza sulla sofferenza.

Molti giornalisti si sono impegnati a trovare delle etichette per il sottoscritto, ma anticipo: sono fallaci. Non vere. Le etichette sono un modo per catalogarti e quindi controllarti e per questo le rinnego. Io non amo correnti o contrapposizioni interne, sono persuaso che la realtà vada declinata con il “Noi” e non con l’”Io”. Chi scrive è un cittadino consapevole a cui piace approfondire bene i temi e che si rivede da 10 anni pienamente nel meraviglioso progetto del M5s, condividendo anche il recente contratto di governo che può davvero mutare in meglio il Paese.

Purtroppo, sull’immigrazione si procede con slogan: si cerca solo di medicare le ferite e non di fermare la mano di chi colpisce. Perché la gente scappa? Quali sono le responsabilità? Chi ci guadagna? Chi ha causato questa globalizzazione delle merci, della speculazione finanziaria e degli essere umani? Su tali quesiti bisognerebbe far partire la nostra riflessione.

Come più volte ho avuto modo di argomentare è in atto, per un insieme di finalità, una pianificata volontà da parte delle élite di innescare una guerra tra poveri. Mi riferisco ai disperati che arrivano sulle nostre coste e agli autoctoni colpiti duramente dalle politiche d’austerity. Entrambi i combattenti sono vittime della medesima élite transnazionale che ha pianificato tali lotte tra disperati per abbattere il costo del lavoro e, come la storia ci insegna, porre i popoli l’uno contro l’altro. Divide et impera si diceva un tempo.

Sono sempre le élite le responsabili di disastri prodotti da guerre, cambiamenti climatici e ruberie quali il land grabbing e ocean grabbing che spolpano economie di comunità africane o indiane lasciando gli abitanti nella miseria che causa immigrazione. Sono sempre i burattinai che seminano paura per poter rendere anche il nostro Paese un Far west.

In tal contesto, in Europa vige tra gli Stati una mentalità darwinista e non di certo comunitaria. L’Italia sta subendo le conseguenze (reali e percepite) di questa ondata migratoria nell’indifferenza generale. A molti ha fatto comodo perché è potuto fiorire il peggiore aspetto del fenomeno che è rappresentato dal business degli immigrati. Vorrei rammentare che il “signor” Salvatore Buzzi (finanziatore del Pd) intercettato affermò che gli immigrati rendono più della droga.

L’Europa, se vuole avere un futuro e quindi essere una comunità deve attuare due strategie, una di lungo e una di breve periodo. Lungo periodo significa stop a guerre militari ed economiche che generano immigrazione. La stagione del neocolonialismo va chiusa. Con questi Paesi serve instaurare un rapporto paritario e non di sudditanza. Nel breve periodo occorre con determinazione (ed è quello che stiamo facendo) far sentire in Europa la nostra voce. Questo non significa essere razzisti, ma credibili. Il famigerato Trattato di Dublino va subito rivisto e ogni Paese deve prendersi il giusto carico di responsabilità. La rissa tra Ultras dell’accoglienza e del respingimento deve essere sedata e va dato spazio a una nuova e lungimirante pace sociale basata sulla giustizia sociale per tutti.