La Camera dei Deputati ha ricevuto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Luigi Di Maio il primo giugno, 24 ore prima che il vicepremier e ministro salutasse l’assenza di indagati nel suo governo, sostenendo che non accadeva dal 1994. Il procedimento è legato alla querela promossa un anno fa da alcuni giornalisti per le cosiddette “liste di proscrizione” del febbraio 2017, quando l’allora vicepresidente di Montecitorio aveva postato su Facebook e portato al presidente dell’Ordine dei Giornalisti un elenco di nove nominativi da sottoporre a verifica perché – a detta dei Cinque Stelle – scrivevano “in maniera scorretta e dolosa” dell’inchiesta sulle polizze vita di Salvatore Romeo intestate alla sindaca di Roma, Virginia Raggi. La vicenda giudiziaria sulla nomina di Romeo fu poi archiviata un anno dopo, a febbraio 2018, per “accuse inconsistenti”.

Querela archiviata poi a novembre 2017 dal gip del Tribunale di Roma Alessandra Boffi per l’insindacabilità delle opinioni espresse di un parlamentare prevista dall’articolo 68 della Costituzione. Alla decisione seguì sui giornali la polemica sull’immunità cui il M5S rispose precisando che il leader non vi aveva fatto ricorso (né vi aveva potuto rinunciare) per il semplice fatto che non era a conoscenza del procedimento. La questione era riemersa in occasione della querela promossa stavolta da Marika Cassimatis, la candidata esclusa dal Movimento alle comunali di Genova. Di Maio aveva appena accettato la candidatura a premier e rispondeva a chi polemizzava per la sua posizione da indagato che per il M5S è incandidabile chi è indagato per reati gravi, non come atto dovuto per una denuncia-querela che muove da ragioni e interessi politici. “Altrimenti – spiegò – gli altri partiti ti denunciano per farti fuori”. Il tema dell’immunità si ripropone ora, a distanza di sei mesi.

Nella nuova richiesta del Tribunale di Roma, Ufficio III, a Montecitorio si legge che “il pm aveva trasmesso gli atti a questo ufficio (…) ponendosi la questione dell’applicabilità dell’art. 68, comma 1 della Costituzione. Il giudice, non interpretando correttamente la richiesta, aveva decretato l’archiviazione del procedimento e “in sede di reclamo il difensore della parte offesa ha chiesto e ottenuto l’annullamento del decreto di archiviazione”. Ed il tribunale ha restituito gli atti al gip per una nuova valutazione.

Il giudice rileva che la querela “riguarda la condotta del Di Maio e le sue esternazioni nella lettere del 7/02/2017 diretta al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, sia online, sui social network. Rilevato che si tratta anche di dichiarazioni extra moenia per le quali va investita la Camera d’appartenenza – nella specie l’indagato era all’epoca dei fatti e tutt’ora deputato – quanto alla riconducibilità delle stesse alla previsione di cui all’art. 68”. Il procedimento viene così dichiarato sospeso per 90 giorni salvo proroga che appare in qualche modo scontata, visto che la competente Giunta per le autorizzazioni a procedere non si è ancora costituita e dunque non può deliberare alcunché.

Aggiornato ore 20:58