Lasciando per un attimo da parte i programmi economici del governo, sulla cui sostenibilità mi pare sia stato già detto tutto, una cosa che preoccupa fortemente è la visione dello Stato, dei cittadini e della Costituzione che sembra permeare la coalizione e che si è riflessa nel “contratto e quindi (ovviamente) nel programma letto da Conte alle Camere.

Mi pare che tale visione sia espressa in due punti che hanno avuto non casualmente parecchio risalto in contratto e programma (per esempio cultura e sistema educativo ne hanno avuto pochissimo): l’allungamento dei tempi di prescrizione dei processi e l’istituzione del vincolo di mandato per i parlamentari.

Il primo punto, tra l’altro espresso (sarcasticamente?) da Giuseppe Conte in congiunzione con “ i tempi della giustizia sono troppo lunghi” pare delineare la visione del cittadino come un colpevole a priori. Come in tutte le nazioni civili e libere, la nostra Costituzione recita (all’art. 27) che “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Pertanto prevedere di tenere in scacco un non colpevole fino a prova contraria per anni, lustri, decenni, in attesa che la “giustizia” faccia il suo corso con i tempi della nostra magistratura, significa di fatto averlo già condannato senza processo.

Mi spiego: ove fosse alla fine riconosciuto innocente, la condanna l’avrebbe comunque già scontata avendo dovuto vivere per anni, lustri, decenni, sotto la spada di Damocle di un processo interminabile; lui insieme con la sua famiglia, che neppure è imputata.

Già sento le vocine che mi sussurrano: “Male non fare, paura non avere” e prevengo l’obiezione che – ancorché spesso ripetuta dal grande inquisitore Piercamillo Davigo – mi pare peggiorare la situazione; infatti sembrerebbe indicare che chi incorra nelle maglie della giustizia abbia con certezza fatto qualcosa di male, decretando l’infallibilità (per investitura divina?) della magistratura; eppure ve ne sono di processi che finiscono in assoluzioni e garantirei che quegli innocenti – assolti magari dopo 10 anni di tortura, pur non avendo fatto niente di male – di paura ne hanno avuta e parecchia. E magari hanno avuto una professione rovinata e una famiglia distrutta.

Questa prospettiva di condannare preventivamente dei possibili innocenti a una vita da inferno non sembra disturbare assolutamente i sonni dei vari Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe ConteAlfonso Bonafede e, anzi, un’altra pensata che nuovamente bolla i cittadini come colpevoli da trovare (e se necessario far diventare criminali) è l’istituzione della figura dell’agente provocatore. Questa figura, si badi bene, è completamente diversa da quella dell’agente sotto copertura con la quale viene spesso sapientemente confusa. L’agente sotto copertura si avvale della segretezza della sua posizione per trovare dei rei i quali, per loro iniziativa, hanno commesso un crimine; l’agente provocatore, viceversa, induce un individuo a commettere un reato e se ci riesce ha creato un crimine e un criminale altrimenti inesistenti.

Per fare un esempio pratico, un agente sotto copertura potrebbe fingersi tossicodipendente e cogliere uno spacciatore in flagranza di reato; l’agente provocatore, invece, potrebbe avvicinare un tossicodipendente, dargli della droga da spacciare e, una volta che questi lo facesse, arrestarlo per spaccio di stupefacenti. Procedura pazzoide che anziché prevenire i crimini li favorisce e, applicata alla corruzione anziché allo spaccio di stupefacenti, resterebbe ugualmente inaccettabile. Due misure che denotano una sfiducia profonda nei cittadini da parte dei governanti. Sulla sfiducia difficilmente si edifica.

Il secondo punto per essere eseguito richiederebbe in teoria una modifica alla Costituzione; in teoria, perché la Casaleggio e associati ha cercato di attuarlo autonomamente, disinteressandosi del dettato costituzionale (senza peraltro che nessun costituzionalista se ne lamentasse), tramite contratti con penale per i candidati alle elezioni (sigh).

Ammesso e non concesso che la Costituzione venga modificata, i parlamentari diventerebbero dei puri esecutori. Questo sembra attivare un legame forte tra elettori ed eletto, ma in realtà, il rapporto tra i due è comunque mediato dalla struttura di partito (o da una srl privata) e sarebbero alla fine comitati ristretti o (peggio individui singoli) a farsi garanti (toh, garanti) del vincolo. A quel punto, tanto varrebbe abolire i parlamentari, chiudere e vendere palazzo Madama e Montecitorio e far riunire in una stanzetta quattro o cinque segretari di partito per legiferare. Oppure nominare un “dictator”, sperando di trovare un Cincinnato e non un Cesare.

C’è poi un effetto collaterale da non sottovalutare: l’articolo 67 della Costituzione prevede che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Se l’articolo venisse modificato inserendo il vincolo di mandato, sarebbe evidente che il parlamentare non potrebbe più rappresentare tutta la nazione, ma solo e strettamente la parte che lo ha eletto; di conseguenza chi avesse votato per partiti non rappresentati nel governo, non potrebbe in alcun modo sentirsi rappresentato da quel governo che non sarebbe più il governo di tutti i cittadini, ma solo di una parte. Prodromi di una guerra civile, forse.

La somma di queste due misure in programma – più qualche frasetta in libera uscita qua e là – non rendono per niente tranquilli sul futuro libertario di questa nazione e pare che l’opinione pubblica sia in maggioranza favorevole a ciò. In effetti anche il fascismo godette di consenso popolare iniziale prima che la cittadinanza si accorgesse di cosa aveva coltivato e di come fosse difficile, se non impossibile, disfarsene. Speriamo di non ripetere l’esperienza.