Adesso che il peggio sembra passato, riguardo la crisi politica degli ultimi tre mesi, prepariamoci al peggio. La notizia che fa discutere, nelle ultime ore, è l’affondo del ministro Fontana contro le famiglie omogenitoriali. Non che la cosa sorprenda, da un governo a trazione leghista: a leggere il “contratto” di governo – nome dietro cui, attraverso la consueta alchimia lessicale, si nasconde l’alleanza politica tra Salvini e M5S – non ci si poteva aspettare altro.

Tralasciando per ora la natura (omofoba) di certi personaggi, tornerà utile soffermarsi sulle reazioni interne alla comunità Lgbt rispetto alla situazione politica attuale. Il nostro mondo, infatti, fornisce un punto di osservazione privilegiato per analizzare il presente e per metterne in luce alcuni aspetti su cui intervenire per invertire la rotta di quello che si configura come generale imbarbarimento del vivere civile.

Va messo sotto i riflettori il comportamento di chi, da militante, ha votato e sostenuto il M5S e che oggi esulta per il nuovo governo. Sembra così riproporsi l’antico male di certo attivismo arcobaleno: la presenza di attivisti/e gay, lesbiche e trans non diventa occasione far entrare nel partito prescelto le nostre istanze, bensì per permettere al soggetto politico in questione di “calmierare” richieste e offerta politiche. Il tutto, conferendo al partito l’etichetta friendly. Traducendo: è pink washing. È successo ieri con Ds e Pd, accade oggi con il partito di Grillo.

Chi si dice (almeno a parole) a favore di matrimonio, genitorialità, lotta all’omo-transfobia, ecc, oggi sembra felice del fatto che al potere ci siano personaggi che mandano in visibilio le forze omofobe: quelli per cui il gender è “sterco del demonio”, giusto per capire con chi stanno andando a nozze i militanti Lgbt e pentastellati. E sconcerta la loro totale impermeabilità agli insulti di quei personaggi e ai moniti di chi gli fa notare la carica omofoba del governo per cui fanno il tifo. Incondizionatamente. È tutto bello, è tutto giusto. Non si discute. Appunto.

Qualche settimana fa, sulle pagine di Gaypost.it, ho lanciato una provocazione. Suggerivo a chi milita dentro il M5S di restarsene a casa, in occasione dei pride a venire, e di riflettere un po’ sull’opportunità della loro presenza in piazza e nel loro partito. Perché al momento attuale, una cosa esclude l’altra. A governo fatto, me lo chiedo ancora. Si badi: non è un invito a cacciar via nessuno. Ognuno risponde alla propria coscienza ed è libero, almeno per ora, di fare ciò che vuole. È, semmai, un problema di coerenza.

Perché per cosa mai potrebbe scendere in piazza, chi milita oggi nel M5S? Per andare contro il proprio governo, che si è già espresso contro le famiglie arcobaleno, o per celebrare la propria irrilevanza dentro un partito che ignora le nostre istanze? Per quanto mi sforzi, al momento non trovo una sola ragione che obbedisca alla logica per cui chi fa politica con i 5S possa anche condividere certe lotte. E porsi di fronte a questo tipo di contraddizioni è una delle tante declinazioni di una parola molto cara ai grillini: onestà.

Se l’ambiguità pentastellata è un grosso problema, faremmo un torto alla storia se non andassimo all’origine dello status quo. Il niet di Renzi all’alleanza con Di Maio, a suon di hashtag quali #senzadime, è il piatto di portata del frutto avvelenato che la politica attuale ci sta servendo a tavola. E l’ombra gettata sulla serenità delle famiglie arcobaleno, bimbi inclusi, da Fontana e Salvini – quest’ultimo, pare, crede che tra le nostre istanze ci sia quella di sostituire i termini “papà” e “mamma” con genitore 1 e 2, giusto per capire gli esatti termini della tragedia in corso – è conseguenza specifica di un fatto: Renzi, contrariamente a come ha agito su articolo 18, legge elettorale e referendum, non ha puntato i piedi sulle stepchild adoption. Se avessimo avuto un governo più serio e risoluto, in merito, oggi racconteremmo una storia diversa.

Un ulteriore aspetto riguarda il fuoco amico contro le famiglie (di padri gay soprattutto), provenuto dalla comunità stessa. Negli ultimi anni abbiamo assistito ai tentativi di singole associazioni (vedi Arcilesbica) e di singoli personaggi, da ex presidenti di Arcigay ad ex deputate lesbiche mai più rielette, di screditare l’omogenitorialità riducendola a compravendita di bambini. Mentre le forze populiste stringevano alleanze con il potere patriarcale, a Milano si facevano striscioni con su scritto “Vendola comprola”, alludendo al cosiddetto “utero in affitto”. Sarebbe, insomma, il caso di smetterla. E di crescere.

Tali storture coincidono con la narrazione che la politica attuale – populista, xenofoba e nemica delle istanze Lgbt – sta preparando per noi. Da questa realtà bisogna dunque ripartire, attraverso un attivismo più radicale, vigile e implacabile, che rappresenti la “nuova resistenza” da cui far rinascere il nostro Paese. Il tempo di sgranocchiare confetti, dopo la legge sulle unioni civili, è definitivamente finito. Il nostro movimento è posto di fronte a questa grande responsabilità storica.