Un portiere solo che piange. Saponetta Loris Karius sul tetto d’Europa ci arriva sdraiato con la schiena sul prato e i guantoni sul viso. Codino alla Beckham, tatuaggi sugli avambracci e lacrimoni di bimbo. La carriera del bel vichingo 24enne portiere del Liverpool finisce qui. Tra i pali della porta sud dell’Olimpico di Kiev. Nessuno oserà più chiamarlo in causa mentre si gioca a pallone. Niente palla all’indietro, niente passaggio all’estremo difensore, niente colpo di testa così il portiere la prende con le mani. Nemmeno sul sintetico per il cinque contro cinque. Karius tanto sarà l’ultimo scelto. E in porta si farà a turno. Perché il portiere che somiglia e forse recita meglio di Chris Hemsworth, durante la finale di Champions, contro il Real Madrid, ha sterminato una frotta di papere, germani reali, e anatre in nemmeno 45 minuti di secondo tempo. Lo spiegò Umberto Meazza proprio un secolo fa dopo che Vittorio Faroppa gli fece perdere il match della Nazionale contro la Francia: “El Vittorio stava in porta con piedi larghi e goffi, sembrava una papera”.

Prima il rinvio con le mani con l’attaccante a due metri. Una scelta suicida che nemmeno René Higuita dopo l’ennesima inutile capriola. Poi quella palla calciata da oltre venti metri. Un punticino lontano che diventa una valanga. Sempre dal sinistro di quell’altro modello con codino, tal Gareth Bale, che potrebbe fargli concorrenza al bancone della discoteca, e che pochi minuti prima lo ha infilato con una rovesciata alla Carlo Parola. Lo sappiamo cos’ha provato Karius in quel momento. Sappiamo che non era sicuro di quanto fosse potente quel tiro. Ma è questione di un secondo. Scegliere se calcolare il tempo di un saltello per azzardare una presa con palla smorzata al petto. Oppure stare più sereno e respingere coi pugni ben stretti. Karius è rimasto però a metà strada. Ha deciso di non decidere. Siamo in finale di Champions. Figurati se capita un altro errore così clamoroso dopo venti minuti dal primo.

Invece in quell’attimo in cui le mani si aprono e si sciolgono come cera made in Icaro si sgretola un’intera carriera. Siamo impietosi, ma è così. Nemmeno l’Avellino avrà il coraggio di un’offerta a Karius oltre vitto e alloggio all’Hotel Dallas in una singola vicina all’ascensore. Finché si trattava di quel rinvio sul piede di Benzema. Un errore qualunque. Klopp che ti fa fretta con quel ritmo a mille. La traiettoria del rilancio alla Tutti in campo con Lotti che doveva essere un po’ più curva. Le cavallette. Ma quando di “cappelle” ne fai due, e la seconda sembra davvero più incredibile della prima, l’ippica è dietro l’angolo. Ne traggano insegnamento tutti quelli che pensano che giocare in porta a calcio sia facile. La partita senza le boiate del portiere del Liverpool finiva probabilmente 1-1 e poi via con i supplementari. Nino non aver paura di parare un tiro qualunque.

Stare in porta non è esibire le mèches e il risultato dei bilancieri della settimana passata. Devi osservare ogni secondo del match. Anche e soprattutto quando la palla è lontana. Guardare come tocca il pallone ogni avversario. Capire chi sa accelerare all’improvviso. Chi è capace di dribblare. Se qualcuno sa tirare da lontano. Se c’è quello che sa caricare la bomba o se c’è quello da “cucchiaio”. Karius non ha fatto nulla di tutto questo. Ha pensato subito all’immagine che il mondo si stava facendo di lui in eurovisione dopo il rilancio farlocco. Ha raccolto la palla dalla rete e ha subito sbraitato al vento. Ed è andato in tilt. Concentrato Loris, come nemmeno all’esame della patente. Gli spalti sono vuoti. Ci sei solo tu e la palla. Un po’ di sputo sui guanti e meno tempo a preparare il look. E forse, ma diciamo forse, si ricomincia. Dal campetto della parrocchia. “Karius non in porta però!”.