La mia avversione alle canzoncine per bambini è cominciata anni fa in un pomeriggio d’aprile, a una festa di compleanno, in una stanza stipata di satanassi che si rincorrevano urlando come nel circle pit di un concerto dei Metallica. Da uno stereo portatile la musica aggrediva i partecipanti con motivetti dai testi improponibili. E’ stato solo quando la madre della festeggiata ha tentato di strapparmi al rifugio della mia sedia, per iniziare un trenino sulle note de Il coccodrillo come fa, che ho capito che mi trovavo innanzi al Male.

Recentemente un’amica mi ha invitata a una lezione di propedeutica musicale per bambini in età da nido e materna; genitori e pargoli siedono in cerchio e per un’ora cantano, suonano strumenti e familiarizzano con il ritmo. Abbastanza presto i piccoletti si stufano di stare seduti e cominciano a vagare per la stanza, mentre mamma e papà sono forzati a gorgheggiare ritornelli banali e insulsi.

E’ più o meno in quel momento, così come durante il trenino al compleanno, in cui il tuo Super-io si stacca dal tuo corpo e comincia a fissarti dall’alto a braccia conserte, scuotendo il capo con un misto di compassione e rimprovero.

Il punto non è la lezione di musica in sé, ma piuttosto l’ipersemplificazione dei materiali proposti, le rime baciate di una scontatezza raccapricciante, l’uso di suoni onomatopeici come testo.

La ragione più diffusa secondo la quale vengono iscritti i bambini è l’intento di far prendere loro dimestichezza con la musica, tanto quanto l’acquaticità agli aspiranti nuotatori di sei mesi.
Ma cosa c’entrano gli elefanti con le ghette, il pulcino Pio, o il ragnetto Whisky con la musica?

La musica è un elemento primordiale nella storia dell’uomo, non la si può snaturare con elementi palesemente artefatti e facilitati; è lo stesso paradosso di servire un piatto di “lasagne” vegane o di allungare un bicchiere di Barolo con l’acqua.

I bambini sono bambini, non asini, e proprio per la loro naturale propensione ad assimilare, dovrebbero essere esposti alla bellezza della musica, alla complessità degli strumenti, alle sfumature della lingua. Le canzoni per bambini di Sergio Endrigo riscossero un forte successo, ma furono il frutto di collaborazioni prestigiose sia a livello letterario che musicale, adesso vengono riproposte in versioni con basi elettroniche o eseguite da cori stucchevoli.

Anche alla scuola primaria, canzoni capisaldi del cantautorato italiano, vengono storpiate in modo insopportabile per agevolare i ragazzi nel memorizzare le parole in vista dell’esibizione di fine anno. Non esigere un impegno maggiore da parte degli studenti o addirittura spingerli alla sintesi senza un’analisi approfondita dei contenuti, va di pari passo con l’uso (anche per lo studio) di cellulari e la povertà della produzione linguistica.

Alla fine della lezione di musica l’insegnante ha fatto ascoltare ai bambini una canzone vera: Occidentali’s Karma. Il gruppo si è animato, anche perché di quella canzone molti bambini conoscevano le mosse del video.

Se continuiamo a tirare l’asticella sempre più in basso, per le prossime generazioni Rovazzi e Gabbani saranno i nuovi Jovanotti e De Andrè.