Maajid Nawaz è una delle figure più influenti del Regno Unito. Attivista per i diritti umani e giornalista, è cofondatore, presidente e animatore di Quilliam, un think tank di contro-estremismo globale. Oggi. In passato, reclutava volontari per il jihad globale.

Com’è arrivato ad abiurare il fondamentalismo islamico per assumere una posizione liberale e democratica, Nawaz lo racconta in “Radical”, appena pubblicato da Carbonio editore e lo spiega questa mattina al Salone del libro di Torino.

Nato in Gran Bretagna da una famiglia di origini pachistane liberal e progressista, Nawaz cresce a hip-hop, rap e graffiti. Il motivo della radicalizzazione, così racconta, è nel confronto col razzismo della “bianca” Inghilterra sud-orientale, nel cosiddetto paki-bashing (i pestaggi di asiatici da parte di bande locali, regolarmente impuniti) e, soprattutto, nei massacri di musulmani nel cuore dell’Europa, durante il conflitto della Bosnia del 1992-1995.

Il passaggio dalla street culture al progetto del califfato globale di Hizb al-Tahrir è così repentino. Nawaz avvia la sua attività di reclutatore, in Europa poi in Pakistan e infine in Egitto.

Qui nel 2002 viene arrestato. Resta per cinque anni nel carcere di massima sicurezza di Tora dove studia per davvero il Corano, incontra detenuti completamente diversi da lui (liberali, omosessuali, dissidenti dell’era mubarakiana) e arriva la catarsi.

Questo importante libro non è solo il racconto autobiografico di una “deradicalizzazione”. Nawaz sviluppa una contro-narrazione dell’Islam distinto dall’Islam politico e ci fa conoscere a fondo i meccanismi e le strategie di radicalizzazione, cosa indispensabile se si vuole davvero prevenire l’indottrinamento all’estremismo di matrice jihadista.

Chiudo lasciando la parola a Nawaz:

“Se quello che cerco di fare oggi può servire a qualcosa, spero sia aiutare a comprendere una mentalità capace di trasformare le persone, di renderle così rabbiose da perdere ogni forma di empatia per gli altri. Spero che i miei sforzi aiutino a umanizzare anche coloro che disumanizzano gli altri e che possano innescare un processo di guarigione”.