di Marco Gigante

La svolta tanto attesa è arrivata. Il governo LegaM5s si farà. Dopo un intenso tira e molla che non da ultimo ha visto giravolte, ripensamenti e schizofrenie di ogni tipo, i leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio siederanno a un tavolo per nominare l’imminente squadra di governo.

Tutto risolto dunque? Non proprio. E per diverse ragioni. Innanzitutto, perché se l’intento era quello di mettere “fuori gioco” Silvio Berlusconi, questo è certamente fallito. Il non candidabile, infatti, non solo non scomparirà dalla scena politica ma seguiterà a recitare il ruolo che da anni più gli si addice: il manovratore politico. Chi pertanto si era illuso di attribuire l’esito delle consultazioni alla dialettica di Di Maio, al decisionismo di Salvini o alla saggezza del presidente Sergio Mattarella, si è sbagliato alla grande. La formazione del prossimo governo è ed è stata il frutto delle decisioni del Caimano e dell’ex (?) segretario del Pd Matteo Renzi. E di certo si è trattato di passi che hanno avuto il loro prezzo.

In secondo luogo occorre registrare che – a dispetto dei detrattori del M5s che guardano non senza un certo compiacimento autolesionista al nuovo scenario politico (dimenticano forse che anche loro vivono in Italia, gli piaccia o meno) – l’alleanza con la Lega non comporterà nessun rimpianto del precedente governo, ma anzi contribuirà a rendere sempre più debole il legame dei cittadini con i propri rappresentanti. Si dirà: sai che novità? Eppure, molti di loro, in cuor proprio, sperano che il prossimo governo fallisca o che il Movimento 5 stelle si riveli un partito come tutti gli altri: un’accozzaglia di bugiardi e impostori pronti a tutto pur di occupare una poltrona. Esagerato? Forse. Eppure non è esperienza rara dialogare in questi termini con un elettore del Pd o trovare su Facebook un’elevata percentuale di utenti che dichiarano “io non sono del Pd, ma…”, per esprimere (puntualmente) opinioni perfettamente in linea con Renzi. Quando si dice le coincidenze!

In terzo luogo, infine, pare quasi superfluo dire che chi ha veramente da perderci in questo accordo è Di Maio. E ha da perderci moltissimo. Starà a lui infatti opporre alla tentazione personale del potere le ragioni della coerenza e dello spirito del Movimento. Starà a lui cercare di tenere in piedi le richieste di compromesso politico con le pretese identitarie del partito, il dovere di dialogare con l’impegno a non svilire la propria identità. Se non si dimostrerà all’altezza delle aspettative dei suoi elettori non portando al banco degli accordi almeno la metà di quelle leggi che da anni dichiara di voler fare per cambiare il Paese, dimostrerà di aver stipulato un accordo per l’esclusiva brama personale di potere. E in tal caso, anche se tutti i suoi comportamenti avranno realmente mostrato la differenza tra la condotta del suo movimento e quella gli altri partiti, sarà molto difficile dare torto a chi già da tempo è convinto che in politica ciò che conta è solo fare promesse e non anche mantenerle.

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