Il leader politico uscito a brandelli dal voto del 4 marzo, è anche quello da cui tutti stasera aspettano lo sblocco dello stallo politico. Matteo Renzi, ex segretario formalmente dimissionario e mai uscito di scena, ha scelto di anticipare la direzione Pd e di farsi intervistare da Fabio Fazio su Rai1 a Che tempo che fa. Lui che, seppur nell’ombra, ha continuato in questi giorni a tenere compatti i suoi sulla linea dell’opposizione sempre, ora dovrà dire cosa pensa davvero delle trattative di governo. E anche alla luce delle aperture dei suoi, segretario reggente Martina in primis. Occhi fissi allo schermo per i democratici quindi, ma anche per i 5 stelle che sanno quanto ancora le dinamiche interne del Pd dipendano dall’ex segretario. Oggi Luigi Di Maio ha scritto ai dem rilanciando sui temi di convergenza ed è stato un modo per anticipare la mossa di Renzi e i paletti che potrebbe mettere al dialogo. Che in tanti immaginano come insormontabili. Non è detto che non ci saranno sorprese: Renzi ha fatto trapelare sui giornali la sua ostilità al dialogo, ma in tanti assicurano che ci potrebbe essere un colpo di scena.

Intanto dentro il Pd continuano i tormenti. C’è chi spinge almeno per sedersi al tavolo con i 5 stelle e poi promuovere un consultazione della base (vedi Martina), chi auspica l’appoggio esterno (dice Chiamparino) e poi chi proprio non ne vuole sapere. E magari spinge per “un governo istituzionale” (ancora il ministro Calenda). Il vero problema è come queste anime si tradurranno di fronte al partito in direzione. Perché l’ex-segretario finisca in minoranza occorrerebbe un travaso sostanzioso dal fronte renziano. Questi i numeri al momento: 209 componenti (maggioranza 105), 128 fanno riferimento all’area Renzi contando i 117 renziani, gli 8 componenti che fanno capo a Matteo Orfini e 3 a Graziano Delrio (sebbene la linea del capogruppo dem non sia del tutto coincidente con quella manifestata in queste settimane da Renzi). Poi ci sono tutti gli altri tra la corrente di Dario Franceschini (20), Michele Emiliano (14), Andrea Orlando (32). C’è poi la prodiana Sandra Zampa, 2 membri di area Veltroni, “5 cani sciolti” e i 9 del segretario reggente Maurizio Martina. Composito il fronte renziano (128 rappresentanti): si articola tra ‘ortodossi’ e un gruppo corposo di personalità che hanno sostenuto l’ex-segretario in questi anni. A partire dal ‘club dei ministri’ con il premier Paolo Gentiloni in testa. Tuttavia, potrebbero esserci delle novità su quest’ultimo versante. Per dire, nei giorni scorsi, nel momento delle tensioni tra renziani e Martina accusato di essere troppo aperturista nei confronti dei 5 Stelle, Marianna Madia si è schierata con il reggente.

Calenda: “No a fare la ruota di scorta di Di Maio” – “All’Italia serve un governo istituzionale con tutti. Ma non di professori”. Il ministro uscente allo Sviluppo economico Carlo Calenda entra nelle già tormentate dinamiche del Partito democratico. Intervistato a “In mezz’ora in più” infatti, lui che ha aderito al partito solo poche settimane fa, ha ribadito la sua idea di lavorare per “un governo istituzionale, aperto alla partecipazione di tutti i partiti non composto da figure dei partiti e con obiettivi che siano condivisi”, tenendo presente il rispetto “degli obblighi internazionali e che anche metta mano” alla “legge elettorale”. Calenda non ha voluto dare un’identikit del presidente del Consiglio, ma si è detto contrario “a un governo di professori. Oggi la grande questione è gestire la realtà e la teoria ha mostrato dei limiti enormi”.

Il ministro, da tempo molto attivo in rete, cerca sempre di più di accreditarsi come leader interno, anche se nega di aspirare a qualsiasi ruolo ufficiale. Ma intanto, solo pochi giorni fa, ha detto di essere pronto a stracciare la sua nuova tessera se ci sarà l’alleanza tra 5 stelle e Partito democratico. Oggi, durante l’intervista, ha ribadito quelli che sono secondo lui gli elementi che allontanano i dem dai grillini.  “Il primo è che un Movimento che ha fatto della sua pretesa superiorità morale l’elemento distintivo. Ha passato l’ultima legislatura a dire ‘voi del Pd siete sostanzialmente dei farabutti'”. Quindi, “il principio che io rappresento gli onesti e tu i delinquenti rende molto difficile la compatibilità di governo. Il secondo elemento – ha proseguito Calenda – è il fatto che il M5s ha una leadership carismatica, che non è Di Maio, ma Grillo e Casaleggio”. Per cui, ha sostenuto ancora, “oggi il Pd in un governo presieduto da Di Maio che ruolo potrebbe avere se non quello di fare la ruota di scorta? Io non sono stato votato, ma ho fatto la campagna elettorale per il centrosinistra: io non saprei come spiegarlo ad un elettore di centrosinistra che questa è la soluzione. Se la soluzione deve essere quella di assumersi una responsabilità, allora tutti la assumano, facendo tutti un passo indietro, magari lavorando su un governo istituzionale, che rifletta la situazione: nessuno ha vinto, certamente il Pd ha perso ma nessuno ha vinto”. Nel merito delle proposte fatte da Di Maio, Calenda ha detto che non c’è nessun tipo di affinità. Ad esempio, per quanto riguarda la reintroduzione dell’articolo 18? “Sarebbe sbagliato farlo”, ha detto difendendo quella che definisce “la linea riformista” del Pd.

Chiamparino: “Appoggio esterno del Pd è ipotesi più probabile”
Il governatore del Piemonte invece ha parlato di quella che secondo lui è l’eventualità più praticabile, ovvero il sostegno esterno a un esecutivo 5 stelle. “Se si dovesse”, ha detto in un’intervista a Repubblica, “andare verso una ipotesi di accordo di governo M5s-Pd, è pregiudiziale chiedere che Di Maio si faccia da parte. Ma se parliamo di sostegno indiretto, cosa più probabile, allora il discorso cambia, perché non si va a trattare equilibri, assetti”. Chiamparino ha anche detto che il confronto con i 5 stelle “arriva in forte ritardo”. Al confronto “io sono favorevole, perché penso non se ne possa fare a meno”, ma sull’esito “sono molto pessimista perché sono passati 54 giorni in un clima logorato dalla trattativa dei 5 stelle con la Lega e il centrodestra, che ha fatto diventare il Pd l’altro forno, oltre alle obiettive differenze di programma”, ha osservato Chiamparino. “I dem avrebbero dovuto giocare d’anticipo e fare una mossa non per un accordo di governo ma per una sfida programmatica a un esecutivo grillino, a cui si poteva già consentire di avviarsi”.

Serracchiani: “Renzi rispetterà le decisioni della direzione”
Chi ha assicurato che Renzi non ha altri piani al di fuori del Pd, è Debora Serracchiani. “Credo”, ha detto intervistata da Avvenire, “che la situazione delicata e un passaggio simile comportino la responsabilità da parte di tutti, quindi qualunque sarà la decisione della direzione deve essere rispettata da tutti. Renzi ha sempre chiesto agli altri il rispetto del voto e sono sicura che farà altrettanto”. E ha continuato: “Non credo e non credo ci siano le condizioni”. “La Direzione di giovedì non sarà un sì o un no al governo con i 5 stelle. La Direzione è due passi prima dell’accordo. Dobbiamo prima decidere se aprire il dialogo”, spiega Serracchiani. “Se la risposta sarà sì, il Pd dovrà porre condizioni e paletti. E se alla fine trovassimo punti di incontro, andrebbero sottoposti agli organismi del partito, che ha tutti gli strumenti per sentire la base. Il nostro statuto prevede anche il referendum consultivo. Non possiamo dire no a prescindere. Andiamo incontro doverosamente al mandato che il capo dello Stato ha conferito al presidente della Camera. Che poi questo porti a un accordo sono molto scettica, perché siamo oggettivamente distanti”, prosegue la governatrice uscente del Friuli, secondo cui il Forno della Lega “non è chiuso. Credo che dopo la spartizione delle poltrone il dialogo sia continuato. Ma se ci riescono facciano quello che hanno promesso”. Se non si arriverà ad alcun accordo, ha concluso, “non c’è alternativa al voto

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