Alfie Evans è riuscito a far fermare, seppure per alcuni giorni, il mondo. E a far riflettere un’umanità assai diversa e troppo spesso distratta dall’effimero che non si rende conto che la vita corre velocissima, come quella di questo bambino di 23 mesi affetto da una grave quanto ignota patologia neurodegenerativa. Neppure gli appelli e i gesti concreti di Papa Francesco, al quale si era rivolto il papà di Alfie, sono bastati per portare il piccolo in Italia, dove il governo gli aveva conferito la cittadinanza, e tentare di curarlo al Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico della Santa Sede.

La morte del piccolo “gladiatore” che “ha posato lo scudo e si è guadagnato le ali”, come ha scritto Thomas Evans su Facebook, non può essere archiviata rapidamente come un qualsiasi evento di cronaca. E non si può consentire che diventi oggetto della strumentalizzazione politica di alcuni.

Le tristi vicende di Alfie e Charlie Gard, un bimbo affetto anche lui da una malattia incurabile morto a 11 mesi dopo una lunga battaglia legale dei genitori, devono suscitare un ripensamento della legge attualmente in vigore nel Regno Unito. C’è, infatti, bisogno di quella che è stata subito ribattezzata una “Alfie Law”, una Legge Alfie, per dare maggiore voce in capitolo ai genitori in merito al fine vita dei loro figli.

Non è certo un caso se, proprio nel giorno della morte del piccolo, il Papa ha sottolineato che “la scienza, come qualsiasi altra attività umana, sa di avere dei limiti da rispettare per il bene dell’umanità stessa, e necessita di un senso di responsabilità etica. La vera misura del progresso, come ricordava il beato Paolo VI, è quello che mira al bene di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Per Bergoglio, infatti, “è fondamentale che aumenti la nostra consapevolezza della responsabilità etica nei confronti dell’umanità e dell’ambiente in cui viviamo. Mentre la Chiesa elogia ogni sforzo di ricerca e di applicazione volto alla cura delle persone sofferenti, ricorda anche che uno dei principi fondamentali è che non tutto ciò che è tecnicamente possibile o fattibile è per ciò stesso eticamente accettabile”.

Parole che pesano come un macigno e che, come del resto avviene sempre nel magistero di Francesco, sono state accompagnate dalla disponibilità concreta del Bambino Gesù ad accogliere e curare Alfie. La presidentessa del nosocomio pediatrico del Vaticano, Mariella Enoc, si è recata personalmente all’ospedale Alder Hey di Liverpool, dove era ricoverato il piccolo, chiedendo di poter incontrare i medici che lo avevano in cura. Le è stata sbattuta la porta in faccia e non è stata ricevuta da nessuno benché fosse arrivata lì su mandato del Papa e su richiesta dei genitori di Alfie.

Anche in questo modo, seppure segnato dall’impotenza, è emersa l’autentica vocazione del Bambino Gesù che, come ha ricordato Bergoglio, “ha avuto una storia non sempre buona quando i medici sono diventati affaristi facendo di un ospedale pediatrico un’impresa. Non si possono fare affari corrotti con i bambini! Il cancro più forte di un ospedale è la corruzione. Oggi una mancia qui, domani una tangente là e si finisce pian piano senza accorgersene nella corruzione. In questo mondo in cui si fanno affari sporchi, il Bambino Gesù deve dire di no. Peccatori sì, corrotti no”.

“Sono profondamente toccato dalla morte del piccolo Alfie. Oggi prego specialmente per i suoi genitori, mentre Dio Padre lo accoglie nel suo tenero abbraccio”, ha twittato Francesco. Sconcertanti sono stati i commenti, a dir poco veementi, in risposta al tweet del Papa sui social.

Non sono stati pochi coloro che hanno puntato il dito contro Bergoglio accusandolo di non aver fatto nulla di concreto per salvare la vita del piccolo Alfie. Un’accusa totalmente falsa come è sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Come insegna, infatti, don Tonino Bello, recentemente commemorato proprio dal Papa, “non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere”.