Doppio colpo di scena nella vicenda di Alfie Evans, il bimbo di 23 mesi in cura all’ospedale Halder Hey Liverpool per una gravissima patologia cerebrale. Le procedure di distacco dai macchinari, inizialmente previste per le 14 di oggi, sono state sospese. E nel frattempo dall’Italia è arrivato l’annuncio che il ministro degli Esteri Angelino Alfano e il ministro dell’Interno Marco Minniti hanno concesso la cittadinanza italiana ad Alfie. In questo modo, fanno sapere dalla Farnesina, “il governo italiano auspica che l’essere cittadino italiano permetta al bambino l’immediato trasferimento in Italia”. In serata Anthony Hayden, il giudice della corte d’appello britannica che nei giorni scorsi aveva firmato il verdetto che autorizzava i medici a staccare la spina, sentirà i legali italiani che assistono la famiglia.

“Attendiamo che il ministro degli esteri italiano chiami Boris Johnson. Alfie appartiene all’Italia”, ha dichiarato il padre Tom Evans dopo aver appreso la notizia. Evans e la moglie Kate James si erano opposti al distacco dei macchinari (previsto dalla legge britannica) con numerosi ricorsi, tutti bocciati. Ora diventa ora più concreta la possibilità che il piccolo sia trasferito al Bambino Gesù di Roma, ospedale che già si era offerto per accoglierlo.

Solo lunedì mattina la Corte europea dei diritti umani ha rifiutato l’ultimo ricorso presentato dai giovani genitori del piccolo. Subito dopo l’ospedale di Liverpool, dove Alfie è in cura, aveva fissato per le 14 (ora italiana) l’avvio della sospensione delle cure in accordo alla sentenza dei giudici. Annuncio che aveva scatenato un’ondata di proteste fuori dall’istituto. Ma i genitori erano riusciti a ottenere “un’ulteriore dilazione per chiarire un aspetto formale della sentenza”. Poi i tempi sono slittati ulteriormente. Intanto è arrivato anche un nuovo appello del Papa: “Commosso per le preghiere e la vasta solidarietà in favore del piccolo Alfie Evans, rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento”.

Alfie Evans, nato il 9 maggio del 2016, ha una malattia neurologica degenerativa non diagnosticata in modo preciso. Una condanna allo stato semi-vegetativo che gli impedisce di vedere i genitori, di sentire le loro parole, di percepirne il contatto. Un’esistenza garantita solo da respirazione e nutrizione artificiale. I medici dell’ospedale Halder Hey di Liverpool, dove il bambino è in cura, avevano infatti definito “inumana” l’ipotesi di tenerlo in vita in queste condizioni. Perciò avevano chiesto al tribunale il via libera per staccare le macchine. Una decisione alla quale i genitori si sono opposti fortemente, presentando ricorso in tutte le sedi giuridiche.

Il primo rifiuto alle richieste di Tom Evans e Kate James è arrivato il 16 aprile su decisione della Corte d’appello. Pochi giorni dopo si è espressa anche la Corte suprema di Londra, interpellata dai genitori con un nuovo ricorso. E lì i giudici sono stati molto chiari: l’ospedale pediatrico di Liverpool “deve essere libero di eseguire ciò che è stato stabilito essere nel miglior interesse di Alfie”. Ma non solo: “Questa è la legge di questo Paese e nessun ricorso alla Corte europea di Strasburgo può o deve cambiarla”. I giudici londinesi avevano infatti anticipato l’ultimo tentativo dei genitori di Alfie, l’appello in sede europea, poi definitivamente respinto.

La diatriba legale di cui è stato reso protagonista Alfie ricorda molto da vicino la storia di Charlie Gard, il piccolo di 11 mesi affetto da una malattia genetica incurabile. Ma né i genitori, né il Papa (che in entrambi i casi si è speso in prima persona per evitare la sospensione delle cure), né gli ospedali esteri che si sono offerti di farsi carico dei bambini hanno potuto impedire ai Tribunali britannici di far rispettare il parere dei medici. Anche il Presidente del Bambino Gesù di Roma, Mariella Enoc, è partita questa mattina da Roma, su richiesta del papà di Alfie, e ha raggiunto all’ospedale di Liverpool per offrire il suo supporto. Ma secondo i giudici londinesi, per il piccolo Alfie “non c’è più speranza” perché “quasi tutto il suo cervello è stato distrutto” dalla malattia. Perciò “la morte è nel suo miglior interesse“. Lo dice in modo chiaro anche la legge britannica: se le cure sono inutili e se non si riesce a garantire una vita che possa essere definita tale, bisogna porre fine alle sue sofferenze.