Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dei cervelli in fuga. Ma badate bene: le potenze della vecchia Europa liberista non sono certo coalizzate per contrastarlo, questo spettro. Anzi. Fanno a gara per corteggiare questo ectoplasma fatto di tecnici, programmatori, accademici e ingegneri che le ricostruzioni romantiche sui quotidiani di casa nostra vorrebbero come le categorie più neglette di quest’epoca.

In realtà, quando i cervelli superano la fase della fuga e diventano “expat” – espatriati, lavoratori a contratto, globe trotters – ricevono una vera e propria promozione: nella mostra mercato “mondo”, dove i governi assomigliano sempre più a cacciatori di teste, strappare come al calcio-mercato i gioielli ad altri Paesi è praticamente la regola.

E come li strappi se non promettendo un trattamento da vip? Un package “pubblico” nelle forme di un “tax-break”? Stando al Wall Street Journal, in Europa il sistema di agevolazioni sarebbe applicato da Germania, Irlanda, Francia, Olanda, Belgio, Spagna e di recente anche dall’Italia. Dal canto loro, i cervelli – coccolati dagli uffici expat e da queste generose detrazioni – diventano loro malgrado cavie per esperimenti di “liberismo reale”: la tecnologia ha aiutato a scavalcare gli Stati nazionali e la caccia al talento ha creato questo esercito di “turisti del fisco” in corsa da uno Stato a un altro alla ricerca di tassazioni favorevoli.

Nulla di illegale, per carità, ma questa nuova classe di nomadi digitali esiste e prolifera sulle macerie di Stati demoliti dall’austerità e da disuguaglianze che hanno inasprito tensioni sociali e spianato la strada al populismo. Un meccanismo simile a quello già noto delle multinazionali.

Tutto roseo sulla carta, un po’ meno quando si parla del rovescio della medaglia; già perché un rovescio della medaglia esiste. Quando aumentano troppo di numero e la forbice tra lo stipendio medio locale e quello da expat si allarga eccessivamente, allora si ribalta il teorema: da risorsa, gli expat diventano un problema. Il mercato premia chi può pagare di più e così i prezzi degli alloggi salgono alle stelle, il costo della vita pure e l’esodo di residenti – che non riescono a stare al passo – alimenta populismo e risentimento.

Prendiamo l’Olanda, oggi passione di ingegneri, IT e programmatori di mezzo mondo non attratti da canne, tulipani e qualità della vita  ma da una generosa detrazione fiscale confezionata ad hoc per i ricchi cervelli in fuga. Il 30% regeling – regola del 30% così si chiama – consente a chi lavora in settori considerati strategici dall’ufficio delle entrate(e che guadagni più i 34mila euro l’anno) di mettersi in tasca il 30% del guadagno esentasse. Ora il governo, con una mossa retroattiva, ha deciso di accorciare il beneficio: dal primo gennaio 2019 non più otto ma cinque anni. Apriti cielo: la rabbia degli impiegati di tutto il mondo di base in Olanda è esplosa e una singolare mobilitazione di colletti bianchi, ortodossi part-time delle leggi di mercato si trovano a fare gli “attivisti per caso”, per difendere il sacro diritto all’agevolazione fiscale.

Gli expat non sono un “problema” solo per i Paesi Bassi ma la loro presenza nella città neoliberiste, i valori di cui sono portatori, lo scollamento dalla realtà in cui vivono (oltre quella artificiale costruita per loro dal governo ospite), questi sì, sono problemi. Gli espatriati sfruttano le opportunità economiche offerte, a cominciare da investimenti nel mercato immobiliare locale e raramente si addentrano nella complessa giungla sociale e culturale del luogo in cui vivono.

E in Olanda – il Paese veterano tra quelli che ospitano questo mondo plastico e parallelo – la Corte dei conti locale si è chiesta poco tempo fa: quali sarebbero, in pratica, i vantaggi economici che gli “expat” si portano dietro? Spesso gli interessati parlano di “invidia sociale” contro di loro ma in realtà da sempre i paladini del neo-liberismo etichettano ogni tentativo di redistribuire socialmente la ricchezza come “invidia”; quindi non c’è da prenderli troppo seriamente.

L’episodio olandese dovrebbe pero’ essere da monito per l’Italia, che di recente ha introdotto misure simili: siamo cosi sicuri che alimentare e ingrassare una classe impiegatizia internazionale porti dei vantaggi reali all’economia? Siamo sicuri che, al contrario, non finisca solo per alterare i delicati equilibri socio-economici di città e nazioni, già lacerati dalla polarizzazione degli ultimi anni?