Qualche mese fa mi trovavo in Vietnam in compagnia di tre coreani, due del Nord e uno del Sud. Chiesi al più anziano dei due nordcoreani chi avrebbe governato il Paese dopo un’eventuale riunificazione. Indicando il suo più giovane compagno il nordcoreano mi rispose: “i giovani”.

Uguali per lingua e cultura nazionale, nord e sudcoreani vivono da quasi 70 anni in una situazione di dolorosa separazione e artificiosa contrapposizione alimentata nel corso dei decenni dall’esistenza della guerra fredda e da scellerate politiche militariste.

La riunificazione del Paese – che vanta storia antica e gloriosa – costituisce una richiesta legittima e una naturale esigenza. Una Corea riunificata darebbe una risposta positiva alle aspirazioni dei suoi cittadini del Nord e del Sud e rappresenterebbe un forte fattore di stabilizzazione per tutto il contesto asiatico.

Ovviamente non sarà un percorso né breve né facile. Dovrà essere previsto un lungo periodo di transizione mantenendo un dualismo istituzionale ma dando vita parallelamente a istituzioni comuni. Non è certo pensabile riprodurre in qualche modo il modello tedesco, sostanzialmente caratterizzato dal mero assorbimento dell’Est da parte dell’Ovest. Al di là delle soluzioni da escogitare e sperimentare sul piano interno – dando vita a un sistema originale che superi i limiti insiti in entrambe le esperienze – sarà decisivo dare una risposta valida sul piano internazionale. Quanto a tale piano risulterà decisivo sganciare definitivamente la Corea riunificata dal gioco delle alleanze militari, eliminando dal suo territorio ogni presenza di forze armate e basi straniere.

Non è certo casuale, tornando all’oggi, che l’oggetto dell’incontro dei giorni scorsi tra Kim Jong Un e Moon Jae In sia stato principalmente costituito dalla risposta da dare alle pericolose tensioni nucleari che minacciano di annientare la penisola coreana e non solo essa, e che hanno origini fondamentalmente esogene. È infatti noto come la dolorosa divisione della Corea risalga alla decisione degli Stati Uniti di intervenire militarmente nel Paese per opporsi al dilagare del comunismo in Asia.

Oggi il contesto internazionale appare fondamentalmente diverso, anche se non mancano pericolosi segnali di una nuova guerra fredda. Proprio per questo appare estremamente promettente che i due leader coreani abbiano dichiarato il loro comune e deliberato interno di procedere rapidamente alla firma del Trattato di pace rimasto in sospeso e alla completa denuclearizzazione della penisola.

È altresì intuibile che un tale percorso sarà facilitato dal raggiungimento di embrionali forme di riunificazione, la cui ratio consiste – come accennato – nella fondamentale unità culturale e linguistica del popolo coreano.

Gli Stati Uniti, per il momento, sembrano fare buon viso a cattivo gioco. Occorre sperare che questa temporanea apparenza possa trasformarsi in una consapevole accettazione della realtà dei fatti e dell’unanime volontà di pace e unità del popolo coreano.

Il necessario ritiro delle basi e truppe statunitensi che dovrebbe conseguirne, rappresenterebbe un ulteriore segnale della perdita del ruolo globale degli Stati Uniti. Perdita di ruolo globale di cui la stessa elezione di Donald Trump ha costituito un segnale, sia per la mediocre statura del personaggio che per l’impronta neoisolazionista del suo discorso elettorale (per quanto successivamente smentito dai fatti).

Nel contesto di tale declino Trump e gli altri governanti statunitensi possono consolarsi con la sempiterna fedeltà degli italiani recentemente riaffermata senza se e senza ma da Luigi Di Maio e con qualche brontolio anche da Matteo Salvini.

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