Se c’è una parola che viene usata spesso in modo ripetitivo e vuoto, come un semplice avverbio che indica un flusso di tempo ininterrotto, questa è “sempre”. Parola che è diventata il titolo di un libro edito da ChiarelettereSempre – scritto a quattro mani dal “senza Dio ma cristiano”, romanziere premio Strega 2005 per Il viaggiatore notturno, Maurizio Maggiani; e da quel prete che sembra uscito da una favola politica anni sessanta più che da una intima crisi vocazionale, il (don) Luigi Verdi, fondatore nel 1991 della Fraternità di Romena, spazio aperto e pubblico di fede e conoscenza che sta in Toscana (“oltre le foreste al ciglio del Casentino”).

Cammini diversi ma provenienze simili tra i due autori. Mondi contadini a fare da aspra base dell’osservazione essenziale del reale nei primi anni sessanta, poi l’età adulta che diventa, con declinazioni prive di vanità ed esibizionismo, il momento della celebrità e dell’esempio per il prossimo. Uno lo scrittore non incasellabile e creativamente debordante; l’altro prete concreto che accoglie viandanti e celebra messa come una festa della Liberazione. I due si incontrano per caso. Lo scrittore che cerca il calore e le radici di un ricordo di festa perduto del 25 aprile e s’imbatte nella pieve con su scritto Revolution. Mentre il don è lì che spezza fraterno il pane tra la sua gente, i pievani.

Ma dicevamo della parola “sempre”. Lettere sottili e rosse su sfondo muro marrone chiaro. Fotografia scattata da Maggiani in una strada di Genova, finita per diventare copertina verista di un volumetto agile e succoso, dialettico e vitale, dove i due autori si scambiano ricordi e confermano la formula socratica del “so di non sapere”. “ ‘Sempre’ è una culla, se ti metti lì dentro sei al sicuro. La parola scritta su quel muro rappresenta la materia dell’impossibile, la materia dell’assoluto, la materia dell’incommensurabile, la materia del sacro. Un miracolo, no?”, scrive Maggiani. “Ci sono momenti in cui ti sembra che tutto sia eterno e tutto possa essere abbracciato. Quando svaniscono ti lasciano comunque un desiderio di qualcosa che è oltre. Questo per me è “sempre” ”, gli fa eco Verdi.

Di parola in parola, Maurizio e Luigi sono diventati grandi. Il futuro autore de Il Coraggio del Pettirosso che veniva obbligato dal padre ad imparare una parola nuova ogni giorno leggendola dagli angoli della strada su manifesti e insegne. Il prete di montagna che invece costruisce attorno alla pieve un percorso che attraversa i boschi e si sviluppa in otto tappe. “Ogni tappa è una parola, l’abbiamo chiamata la via della Resurrezione. Le parole, se sappiamo viverle, possono davvero trasformarci”. “Bellezza”, “dignità”, “castità”, “semplicità” e “leggerezza”, tra le altre, sono le parole che inchiodano al presente l’avventura letteraria dell’improvvisato ma affiatato duo.

Sempre è infatti un dialogo continuamente riaperto e rilanciato, un confronto che dura in fondo anche molto poco. Giusto il tempo di ascoltare Verdi che rilegge Nietzsche (“visto che la Chiesa ne parlava male”), per sentire Maggiani discorrere di bogomili, ovvero quella setta eretica cristiana che diede origine ai catari e rifiutò matrimonio e procreazione, e definire gli amici di Gesù, quelli dell’ultima cena, “una banda di teste di cazzo”, e si arriva di fronte “alla scelta che ci è stata posta davanti quando siamo stati cacciati dal paradiso terrestre, la scelta tra signorilità e servitù”. Insomma dalla spietata analisi della storia della ribellione a pensiero e sistema dominante, propria dello scrittore ligure non si sfugge. Nemmeno al cospetto dell’amico “Gigi”. Nemmeno al cospetto di Dio. “Sempre e per sempre”, cantava comunque De Gregori, “tu ricordati, dovunque sei, se mi cercherai, sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”.

Credits: Massimo Schiavo