di Margherita Cavallaro

Cari amici lettori (perché tanto siamo tutti amici, vero? Chi mai leggerebbe un blog solo per poi provare a seminare zizzania quando potrebbe benissimo invece andare a seminare pomodori?), quest’oggi voglio stupirvi con effetti speciali e fare una riflessione seria dopo aver letto l’articolo sull’ammissione preventiva di Conchita Wurst della sua sieropositività. Per chi non lo sapesse, Conchita è stata la vincitrice di Eurovision 2014. Per chi vivesse sotto un sasso o per Salvini, Conchita è la donna con la barba che ha vinto la versione frocia internazionale glitterata di Sanremo. Per farla breve la cantante è stata minacciata da un suo ex di rivelare pubblicamente la sua sieropositività e, per tutta risposta, è stata lei per prima a dichiararla per liberarsi del ricatto, affermando giustamente che non ha nulla a che vedere con la sua carriera e che “la notizia del mio status è cambiata, il mio status no”.

Prima di scrivere questo post avevo un’idea sulla sua struttura che ho discusso con il Presidente di Wake Up Italia (che aveva già scritto su questo tema), il quale ha osservato come potrebbe essere stata fraintesa (shock! Sono sempre così politicamente corretta!) da un/a sieropositivo/a. La mia risposta è stata che accettavo il feedback dato che la mia percezione del problema poteva essere parziale, visto che, almeno che io sappia, non ho mai avuto interazioni significative con persone sieropositive. Poi su quel “che io sappia” mi sono soffermata e ci ho visto una cosa preziosa. Perché a qualcuno dovrebbe importare, a meno che non venisse direttamente toccato dalla sieropositività di qualcuno altro? Perché dovrei sapere se qualcuno è sieropositivo? Soprattutto se si tratta di casi in cui il virus è undetectable e quindi non trasmissibile.

Su tutto questo ho poi scritto un secondo post che faceva molto ridere, ma il feedback è stato che faceva troppo ridere e dava l’impressione di associare l’HIV a una cosa ridicola o imbarazzante. A quello la mia reazione è stata “che bolle! Nessuno mi capisce!” e sono corsa a chiudermi in camera ad ascoltare i 30 Seconds to Mars. Poi però ho pensato: perché la gente non capisce che il paragone non era per l’imbarazzo dell’avere l’HIV, ma per l’assurdità dell’atteggiamento della gente? La risposta che mi sono data è che proprio quello era il problema: la società crede o tratta l’HIV come una cosa imbarazzante. Non avendo l’HIV io stessa e non ritenendola una cosa di cui vergognarsi o imbarazzarsi (lo so, sono strana e pazzerella), dall’alto della mia ingenuità fanciullesca mi ero messa a fare la cretina non realizzando che ci sono persone che devono combattere giorno dopo giorno con la cretineria vera della gente. Esattamente come Conchita che si è sentita di dover fare una dichiarazione preventiva.

Il problema non è il suo status, è che qualcuno consideri quell’informazione come materiale da ricatto come fare Bunga Bunga con le nipoti minorenni di Mubarak o prendere sotto i rifugiati con la ruspa. Perché mai qualcuno dovrebbe essere o anche solo sentirsi svergognato da una condizione medica che non ha alcun impatto sul prossimo?

D’altro canto l’HIV non guarda in faccia a nessuno. Non è una punizione divina per i maschi gay. Potrà sconvolgervi, ma una lesbica o la vostra vicina di casa possono avere l’HIV! Una madre di famiglia o un bambino possono avere l’HIV! Quello del pianerottolo che esce sempre la sera e guida intorno la tangenziale può avere l’HIV! E così il postino, il panettiere, la maestra, l’addetta alla macelleria che prepara i vostri hamburger! Dovrebbero forse dirvelo? Dovrebbe questo forse cambiare le vostre interazioni con loro a meno che abbiate intenzione di drogarvi insieme scambiandovi gli aghi, donarvi il sangue o fare sesso non protetto? No!

Il che non vuol dire che non bisognerebbe parlarne: è importantissimo che tutti sappiano come testarsi, cosa sia la prep (profilassi pre-esposizione), cosa voglia dire essere sieropositivo/a undetectable. Bisogna parlarne, bisogna informarsi, bisogna testarsi, ma nessun individuo dovrebbe essere forzato a discutere pubblicamente del suo status non più che della lunghezza del suo pene o diametro di tetta. Dal momento che non ha a che fare in alcun modo con la tua vita o il nostro rapporto, perché dovrei comunicare una cosa così privata? E se anche decidessi di farlo, perché dovrei aspettarmi una reazione diversa da un comune “E allora”?

In fondo non è il parlarne che denota la sieropositività, così come non è la sieropositività che denota la persona o la natura del rapporto umano. Quindi, anche se non leggerai mai questo blog, brava Conchita!

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Libri di testo, gli editori: “Non confondere parità di genere con femminismo” “No, useremo sindaca e ministra”

next
Articolo Successivo

Carceri, i reati diminuiscono e i detenuti aumentano: sovraffollamento al 115%. Gli stranieri? Duemila in meno in 10 anni

next