di Roberto Sormani

È scoppiata la bomba. I nostri dati sensibili sono stati distribuiti a terzi dall’app d’incontri Grindr, usata da molti di noi maschi gay (ma non solo) per incontrare amici, eventualmente fidanzati, ma più frequentemente e più prosaicamente realizzare sogni erotici coi nostri vicini di casa.

Non ho fatto in tempo a svegliarmi stamattina che il bel ragazzo con cui condivido il letto da qualche giorno (grazie Grindr) mi dà la notizia: “Leggi qui: Grindr condivide i nostri dati personali, incluso lo stato sierologico”. Aziende terze riescono quindi a sapere dove ci troviamo e le nostre risposte a due domande precise che l’app fa a tutti gli utenti quando attivano il profilo: “Hai l’Hiv?” e “Quando ti sei testato l’ultima volta?”.

Di fronte a tanto sgomento, non ho potuto far altro che girarmi dall’altra parte, dargli un bel bacio in fronte, e riaddormentarmi. E questo non solo perché sappiamo benissimo che quando condividiamo le nostre informazioni sui social e sulle app d’incontri, queste possono essere utilizzate da chiunque passi sotto casa nostra o si posizioni vicino a noi con app come Fake GPS. E onestamente mi fa più paura il coinquilino criptochecca sposato e pubblicamente omofobo piuttosto che i proprietari della mia app di rimorchio preferita.

Ho fatto spallucce soprattutto perché a quella domanda, se avessimo l’Hiv o no, non dovevamo proprio rispondere. Nessuno ha diritto di chiederci informazioni sulla nostra salute, tantomeno un’app. Non è un diritto di altri saperlo perché è un’informazione delicata, tuttora causa di discriminazioni sociali e di emarginazione.

Se è vero che l’isolamento si sconfigge con il cominig out, questo dev’essere una scelta autonoma della persona sieropositiva – fatta con consapevolezza – e non il frutto di un ricatto per cui sei sessualmente fruibile solo se esponi al pubblico i tuoi esami del sangue. Una forzatura che può portare molti a esporsi nell’illusione che questo dato rimanga fra loro e il potenziale partner di turno.

Nessuno ha nemmeno bisogno di sapere se il partner sia sieropositivo, perché è nostra responsabilità proteggerci dai rischi del sesso. Sta a noi fare il test Hiv regolarmente, usare il preservativo, ricorrere alla Pep (profilassi post esposizione) subito se il preservativo si dovesse rompere e – se sappiamo che proprio non riusciamo a usare il condom – cercare accesso alla PrEP (profilassi pre-esposizione) che, con una pillola al giorno nei periodi di attività sessuale, può ridurre enormemente il rischio di contrarre l’Hiv.

Queste misure sono più che sufficienti a essere tranquilli sulla nostra vita sessuale. Fidarci delle risposte altrui è oltretutto ingenuo: davvero pensiamo che un altro, arrapato quanto noi, ci dica tutta la verità sulla sua vita quando alle tre del sabato notte ha soltanto voglia di sesso qui e adesso?

La mia regola aurea per fare sesso è sempre stata “Fa’ finta che l’altro abbia sicuramente l’Hiv e facci quello che ci faresti in quel caso”. Certo, all’inizio avevo dei dubbi; che ne sai tu, Roberto, se il sesso orale o una pratica fetish sia più o meno pericolosa? Beh, informati! Usa internet per cercare di sapere qualcosa in più, anziché soltanto per le tue voglie notturne e passeggere! Mannaggia a te, Roberto, che delle volte ti spaventi per niente e altre volte troppo poco. Informati e non essere paranoico! Non serve a niente chiedere all’altra persona se ha l’Hiv.

Qualcuno dirà “Beh, Grindr fa la domanda e rispondere è una scelta individuale”. Vero, ma la nostra scelta ha delle ricadute sugli altri. Usare il privilegio di essere sieronegativi e sbandierarlo, come se fosse un certificato di garanzia, rafforzerà l’idea sociale per cui un partner sieropositivo sia da evitare, sia un rischio maggiore. E farà sentire le persone positive forzate in qualche modo a dichiarare il proprio stato, rendendole più vulnerabili come si è visto oggi.

Preferisco seguire quello che ha detto Raffaele Serra, attivista LGBT, che in questa bella intervista si definisce sierocoinvolto: ovvero rifiuta di doversi definire positivo o negativo, per non subire né lo stigma associato alla positività, né il privilegio di cui gode chi si professa pubblicamente negativo.

Il punto è che lo stato sierologico dovrebbe riguardare gli individui, il loro medico e le persone intorno. Se loro desiderano fare la scelta libera e autonoma di condividerlo.