Roskomnadzor non è una delle divinità che Aldo, Giovanni e Giacomo evocavano nello show “Tel chi el telùn”, ciononostante ha lanciato un terribile anatema. È il Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa, l’organo istituzionale di vigilanza russo che opera nel settore delle telecomunicazioni, disciplinandone il funzionamento, ha deciso il blocco dell’accesso all’applicazione Telegram su tutto il territorio dello “Zar” Putin.

L’iniziativa è la diretta conseguenza della mancata collaborazione da parte dell’azienda che gestisce la App: più volte sollecitata dalla Federal’naja služba bezopasnosti (Fsb, ovvero la struttura di intelligence che ha preso il posto dello storico Kgb) a fornire i messaggi scambiati dagli utenti, la società di Telegram ha rifiutato qualsivoglia violazione della riservatezza delle conversazioni tra chi si serve del proprio programma.

Il servizio di messaggistica istantanea e di comunicazione “protetta” conta oltre 200 milioni di utilizzatori (15 milioni dei quali in Russia) ed è considerato uno degli strumenti nella top ten delle installazioni di chi adopera smartphone.

Nonostante ieri la App fosse ancora raggiungibile (forse solo per i tempi tecnici per attuare l’ordine dell’Autorità), alcuni provider come Mts e Megafon avevano già provveduto a filtrare il traffico sulle proprie reti e a impedire l’accesso a Telegram.

Se la pubblicità ci ha insegnato che prima o poi l’uomo Del Monte dice , viene da domandarsi chi abbia avuto il fegato per opporsi al potentissimo servizio segreto FSB e per negare l’acquisizione di informazioni di potenziale interesse governativo.

Il tizio ha frequentato asilo, elementari e medie a Torino. Un immigrato ante litteram? Senza dubbio un immigrato sui generis. Nato a San Pietroburgo, figlio di un docente di Filologia all’Università di Torino, ha trascorso la sua infanzia in Italia per tornare nella Grande madre Russia nel 2001.

Pavel Durov non è soltanto un giovane imprenditore, ma un pregevole visionario: la sua prima creazione è stata VKontakte, il social network che per i suoi connazionali rappresenta l’alternativa a Facebook e che ha portato molti a ritenerlo una sorta di Zuckerberg russo. Lasciato il suolo natio nel 2014, vive a Berlino dove con il fratello Mikaili gestisce l’impresa che assicura il servizio Telegram.

A differenza di quello “per viltade” di Celestino V, il suo “gran rifiuto” è un atto di non trascurabile coraggio.

Secondo Durov, l’eventuale rivelazione del contenuto di messaggi non abbatterebbe il livello della minaccia terroristica in Russia, ma andrebbe a mettere in difficoltà estremisti e dissidenti che adoperano questi canali di comunicazione cifrata per non incappare in azioni di repressione della libertà di pensiero. Pavel Durov considera il veto come un atto anticostituzionale e il suo gesto vuole essere soltanto una difesa della riservatezza delle persone.

Il sempre più capillare impiego di soluzioni crittografiche complica il contrasto all’operatività di organizzazioni terroristiche o bande criminali che sanno di poter contare su un significativo vantaggio rispetto all’intelligence e alle strutture investigative che devono fare il loro mestiere.

Un punto di equilibrio è certamente difficile da trovare. Purtroppo, l’assenza di regole chiare e di valenza universale è destinata a creare contrapposizioni forti tra presunti interessi collettivi e diritti civili.

@Umberto_Rapetto

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