Un fondo di stabilizzazione macroeconomica della zona euro, finanziato con contributi annuali dai paesi membri pari allo 0,35% del pil. Con l’obiettivo di sostenere i partner in fase di recessione e prestare soldi a singoli Stati per far fronte a choc comuni straordinari. È la proposta del Fondo Monetario Internazionale per uno strumento di bilancio centralizzato e autonomo per l’Eurozona. La direttrice Christine Lagarde ha definito lo strumento un “rainy-day fund”, ossia un fondo per i tempi difficili. Precisando che l’accesso ai prestiti sarebbe possibile solo se si rispettano alcune regole. Precondizioni studiate per superare i timori della Germania e dei paesi rigoristi sul rischio che la nuova facility diventi un bancomat per le finanze pubbliche dei paesi mediterranei.

Primo, si legge nella Nota di discussione A Central fiscal stabilization capacity for the euro area, il bilancio dovrà assicurare la disciplina fiscale ed evitare che i Paesi “deboli” se ne approfittino. Secondo, assicurare che gli aiuti non siano discrezionali, ma attivati in automatico sulla base di un indicatore ciclico trasparente. Inoltre i paesi beneficiari, quando l’economia si sarà risollevata, potrebbero ripagare al fondo una “tariffa di uso”: un contributo una tantum alla fine dei trasferimenti o un tetto ai trasferimenti stessi.

Il dibattito sul futuro dell’unione monetaria vede forte divisioni, con la spaccatura tra i paesi mediterranei che chiedono maggiore condivisione dei rischi e il fronte dei rigoristi, capitanati dalla Germania, arroccato nella difesa della disciplina fiscale. “Vi sono ancora timori riguardo ai rischi di azzardo morale e riguardo ai trasferimenti permanenti collegati alla condivisione dei rischi di bilancio”, osservano gli analisti del Fmi.

Ma per il Fondo “un sistema di stabilizzazione di bilancio centralizzato che facilitasse il ciclo macroeconomico colmerebbe una lacuna nell’architettura della zona euro”: l’unione monetaria trarrebbe beneficio da un meccanismo fiscale centralizzato per sostenere i paesi in caso di choc (cosa che la politica monetaria non può fare) e facilitare un adeguato mix tra sostegno al bilancio e politica monetaria.

Il Fondo sarebbe finanziato da contributi annuali per la creazione di attivi in fase espansione e per i trasferimenti a sostegno dei paesi in recessione. Potrebbe anche prestare soldi, ma non sarebbe un assegno in bianco. La proposta del Fmi mette infatti dei ‘caveat’ perché il Fondo possa ottenere il placet del blocco rigorista.
“Per essere economicamente efficiente e politicamente realizzabile, con un collegamento tra stabilizzazione e riduzione del rischio, il meccanismo fiscale centralizzato deve rispettare dei principi”: la disciplina di bilancio in primis, indispensabile per la fiducia tra i partner. In base all’analisi del Fmi contributi annuali moderati, pari allo 0,35% del pil, sarebbero sufficienti per finanziare a gran parte del funzionamento di stabilizzatori automatici per periodi di recessione come quelli vissuti in passato, ma sarebbero insufficienti in caso di choc estremi. Da qui la necessità di un meccanismo di prestito.