In crisi nera, alla disperata ricerca di una svolta dopo aver toccato il fondo, ma ancora senza una guida credibile. La nazionale di calcio come il Parlamento, Gigi Di Biagio come Paolo Gentiloni e le amichevoli contro ArgentinaInghilterra quasi come le consultazioni al Quirinale: non serviranno a nulla, se non a certificare lo stato comatoso della situazione e a capire – si spera – che non si può andare avanti con un semplice traghettatore. C’è bisogno di un governo vero per risollevarsi. Se in Italia il pallone è da sempre specchio del Paese, non sarà forse solo una coincidenza che la pausa della Serie A – l’ultima della stagione – cada proprio all’indomani delle elezioni e nel pieno del faticoso tentativo di formare un nuovo governo (si gioca contro l’Argentina venerdì 23, il giorno in cui dovranno essere eletti i presidenti delle Camere). La nazionale azzurra ci arriva malissimo, che peggio non potrebbe: con la Figc commissariata dal Coni (dove però per ora si muovono solo le poltrone, non le riforme), e in panchina Gigi Di Biagio, ex tecnico dell’Under 21 promosso senza meriti apparenti, che ha la stessa autorevolezza di Gentiloni a Palazzo Chigi dopo il tracollo elettorale del Pd.

Dopo l’apocalisse dell’eliminazione con la Svezia, la cacciata del colpevole Gianpiero Ventura e le dimissioni di Carlo Tavecchio, era inevitabile che si aprisse una fase di interregno, affidata per forza di cose ad un traghettatore. Così però, la sosta diventa doppiamente inutile. E non solo perché spezza un momento cruciale della stagione, con il Napoli che ha appena riaperto il campionato, la Juventus proiettata sulla rivincita di Champions contro il Real Madrid, il recupero del derby alle porte e decisivo per l’Europa che conta e persino la lotta salvezza di nuovo accesa. La pausa, insomma, è una seccatura per tutti. Stavolta persino per la nazionale, almeno quella italiana: la doppia amichevole di lusso era stata programmata prima dell’ “apocalisse”, quando eravamo ancora convinti che ci saremmo qualificati e ci sarebbe servita una prova generale per i Mondiali. Ora, faremo solo da sparring partner a chi in Russia ci andrà per davvero. E nemmeno si può dire che potrà essere l’occasione per gettare la prima pietra per il futuro, visto che il nuovo corso azzurro è lontanissimo dal cominciare.

Di Biagio non è l’uomo giusto per guidarlo, come dimostrano anche le sue convocazioni poco coraggiose: un colpo al cerchio e uno alla botte, la richiamata di Buffon per la continuità e un paio di giovani per un’apparenza di rinnovamento, ma nessuna rivoluzione. In Federazione da quasi 7 anni, è riuscito a passare sotto tre gestioni differenti (Abete, Tavecchio e ora il commissariamento) nonostante risultati mai particolarmente brillanti: con l’Under 20 non ha lasciato il segno, in Under 21 al primo tentativo si è fatto eliminare al girone agli Europei (a cui aveva rischiato addirittura di non qualificarsi), mancando l’accesso alle Olimpiadi di Rio. Qualsiasi altro tecnico sarebbe stato esonerato, lui invece si è guadagnato la riconferma per gli Europei 2017 (dove per la cronaca si è fatto prendere a pallate dalla Spagna in semifinale), e poi sfruttando le sfortunate circostanze recenti è stato promosso in nazionale maggiore. Ora qualcuno starebbe pensando addirittura di riconfermalo.

Ecco, il massimo che ci si può attendere da questa sosta è che non faccia troppi danni (ci risparmieremmo volentieri un’altra umiliazione internazionale) ma neppure troppo bene. Quasi sarebbe meglio non vincere, in modo che la Federazione (pure quella senza guida: ancora non si è capito chi comanda tra l’uomo di campo Billy Costacurta, il direttore Michele Uva e il burocrate Roberto Fabbricini) non cada nella tentazione di confermare Di Biagio, che ha il vantaggio di evitare una scelta difficile e non costare praticamente nulla. Un traghettatore, invece, dovrebbe sempre rimanere tale, senza prendere decisioni che non gli competono, lasciando il posto a tempo debito ad una guida vera. Come qualsiasi governo di transizione.

Twitter: @lVendemiale