L’ex rettore dell’Università di Parma Loris Borghi è stato trovato senza vita nel pomeriggio: secondo i primi riscontri si sarebbe ucciso. Si era dimesso a maggio, dopo l’inchiesta Pasimafi, l’indagine sul business della terapia del dolore che aveva portato a 19 arresti: era imputato per abuso d’ufficio. Nei giorni scorsi era stato rinviato a giudizio per la nomina di un dirigente universitario dell’ospedale Maggiore. Non ci sono elementi per ipotizzare un legame tra le inchieste e la morte.

Borghi era finito nel registro degli indagati per una intercettazione in cui diceva di aver modificato il regolamento: “Perché, addirittura per lui, ho… in modifica il prossimo senato e Cda… il regolamento… per il trasferimento dei ricercatori… da altri atenei che noi non abbiamo … in modo che avendo quel regolamento possiamo procedere!”. Il professore aveva deciso di lasciare e si era dimesso con una lettera indirizzata a dipendenti e studenti. “Sono scese ombre su chi rappresenta l’Università – si leggeva – e l’Università non può attendere se e quando tali ombre si dilegueranno. Sottolineo che non mi dimetto perché è accusato Loris Borghi, ma presento le dimissioni perché è accusato il rettore dell’Università di Parma”. Borghi era entrato in carica a giugno 2013, invocando un “necessario cambio di mentalità all’interno del sistema universitario”. Ma dagli atti dell’inchiesta emerge che insieme al principale indagato, Giorgio Fanelli, primario di Anestesia e Rianimazione all’Università di Parma che era finito ai domiciliari, avrebbe costruito un concorso ad hoc per un medico poi finito anche lui ai domiciliari.

Con Fanelli, Borghi e Allegri erano stati indagati altre tre dirigenti dell’università. E il prescelto, una volta arrivato a Parma, secondo gli inquirenti, avrebbe tramato insieme a Fanelli affinché la casa farmaceutica Angelini potesse organizzare e gestire direttamente, scegliendo “i contenuti scientifici e individuando i relatori, alcune sessioni World Medicine Park”; “rendendosi disponibile a prendere posizione contro l’Aifa” che denunciava l’abuso di oppiodi, e concordando due studi sul farmaco Vellofent con relativa “sperimentazione” e protocollo scientifico redatto direttamente dalla casa farmaceutica.

“Non vi è dubbio – scriveva Borghi nel suo intervento  – che nel fare ho commesso errori, ma una cosa è certa: io e l’Università in quanto istituzione non abbiamo nulla a che fare con ciò che è emerso dall’inchiesta Pasimafi, nella mia vita non ho mai rubato un euro, mi sono sempre comportato come un servitore dello Stato, ovunque sono arrivato ho cercato di migliorare le cose e di aiutare, in trasparenza e legittimità, le persone meritevoli, nella ferma convinzione che le persone sono il cardine e la vera forza del successo di una struttura pubblica o privata che sia”. Borghi, cui nessuno contestava la corruzione, l’appropriazione indebita o altri reati se non l’abuso d’ufficio appunto, per la Procura di Parma Borghi non faceva parte dell’associazione a delinquere finalizzata di cui partecipavano dirigenti medici, esponenti del ministero della Salute e diversi manager del campo farmaceutico per pilotare il “business” delle cure palliative e delle terapie del dolore, ma avrebbe permesso che, con quel bando, che un medico arrivasse a Parma. Il regolamento di cui parlava Borghi nella conversazione con Fanelli intercettata, come si leggeva nell’ordina di custodia cautelare emessa dal gip Maria Cristina Sarli, era stato poi decretato il 29 giugno 2015. Fanelli aveva poi chiamato il ricercatore gli aveva detto: … le regole vengono tarate su di te…”. Poco dopo veniva attivata una procedura di trasferimento del ricercatore che, si legge negli atti, “elaborata parametrandola alle caratteristiche professionali dell’Allegri”. Tanto da far esultare così Fanelli: “… il medaglione è il tuo profilo con il numero delle pubblicazioni…”. Il 29 luglio 2015 la procedura veniva approvata dal cda e il 4 agosto il bando pubblicato.