Dall’alto dell’uno virgola qualcosa, conseguito anche grazie al mio voto per Potere al Popolo, contemplare i risultati elettorali del 4 marzo procura qualche piccola soddisfazione. Ad esempio il pensionamento dal ruolo di opinionista pasdaran renziano per il Roberto Benigni (già Edmondo De Amicis) della carta stampata Michele Serra; dopo che ha sparato l’ultima raffica di amache contro Paolo Flores d’Arcais e Tomaso Montanari, rei di non sintonizzarsi con il suo smaccato orientamento pro establishment. Così come potrebbe essere invitato a smetterla con le bubbole lacaniane un’altra firma di Repubblica; il Massimo Recalcati, che voleva contrastare il discredito crescente verso il mentitore seriale di Rignano sull’Arno, arzigogolando psicanaliticamente sulle categorie umorali odio/amore. Un palese riciclaggio, in quanto già utilizzate da Berlusconi per depistare il giudizio politico. Insieme a loro dovrebbe essere giunta al capolinea anche la banda degli scalfariani habitué di Palazzo; mentre – stando ai rumors – si starebbe cercando di procurare all’improbabile direttore della testata Mario Calabresi un posticino nelle accoglienti strutture di Mamma Rai (ammesso che il mutamento politico in atto non gli blocchi il trasferimento).

Ovviamente i primi terremotati elettorali sono stati alcuni tra i principali tenori sfiatati (da stasera sfollati) di quest’ultima stagione; e vederli uscire mestamente dalla scena suscita compiaciuto apprezzamento per il lavoro di scopa dell’urna. Innanzitutto due trombonissimi cacciaballe avviati in coppia  sul Viale del Tramonto, dopo aver fatto regredire la politica a una televendita: l’ormai smemorato di Arcore Silvio Berlusconi, patetico mascherone che ripeteva a pappagallo lo spartito di vent’anni prima, perdendone il filo, e l’apoteosi della petulanza Matteo Renzi, balzato fuori dalle pagine del fumetto anni Cinquanta il Monello come personificazione dell’odioso Superbone. Con loro toglie il disturbo una pattuglia di personaggi molesti: prima fra tutti la Emma Bonino, già protesi pannelliana e ora clone del Gandhi abruzzese con il suo pacifismo guerrafondaio, il suo liberismo antisindacale e filo Fornero, la sua cronica collusività con Berlusconi; ma è un sollievo che sparisca pure la Corte dei Miracoli di LeU, tutti i suoi reduci da mille naufragi a sinistra e la loro insopprimibile libidine per uno strapuntino a Palazzo.

Meno consolante è il quadro dei vincitori. Si era detto che i possibili tali erano tre: il peggio, il molto peggio e l’ultra peggio. Scartato il molto peggio, rappresentato dal Pd di Renzi e la troupe governativa dei presunti volenterosi inconcludenti, con in testa il cane bastonato ma sempre scodinzolante Paolo Gentiloni (più il fattorino del Washington Consensus Padoan, l’allievo di Montezemolo Calenda e l’aiutante di carcerieri libici Minniti), restano in pista il peggio Luigi di Maio e l’ultra peggio Matteo Salvini. Per questo ci troviamo a dover confidare nel leader cinquestelle, tra l’altro incoronato da un successo clamoroso, per non ritrovarci sul groppone il bullo della Bovisa, che cavalca spregiudicatamente ogni istanza incendiaria pur di assecondare spregiudicatamente i richiami della foresta di un’Italia ringhiosa e impaurita, sostanzialmente barricata nelle proprie paranoie.

Di Maio ha trionfato modificando il Movimento in base alla propria cultura neodemocristiana e alle proprie aspirazioni di ragazzo in carriera. Ne è venuto fuori un “all catch party”, un partito pigliatutto come lo era stata per decenni la “balena bianca”; e come provò a diventarlo la Sinistra folgorata sulla via di Damasco della Terza Via blairiana-clintoniana.

La voglia entrista del Di Maio, che tra l’altro ingaggia un tre o quattro ministri di estrazione Pd, potrebbe scongelare un Movimento che si condannava all’inutilità nella celebrazione di una purezza narcisistica. Ma è sempre in agguato il garante Beppe Grillo, questo comico la cui unica innovazione teatrale è stata la versione piagnucolosa del fiero mugugno genovese, che non sembra intenzionato a farsi effettivamente da parte. E vorrà bloccare ogni tentativo di ragionare come forza di governo, coltivando e riproponendo l’insana gag ripetitiva del Vaffa. Questa volta rivolto contro il suo stesso virgulto. Per pura sindrome dello sfasciacarrozze che si pretenderebbe angelo vendicatore.