Mentre i 5 Stelle contestavano il Jobs Act che non porta lavoro ma lo toglie, lui lo dimostrava concretamente licenziando il proprio assistente parlamentare su due piedi. Sono passati due anni da allora e il grillino Massimo De Rosa, che apostrofò le colleghe Pd dicendo “siete qui perché brave solo a fare i pompini”, oggi è capolista per le elezioni regionali in Lombardia. La diatriba tra lui e lo storico assistente Enrico Vulpiani era scomparsa dai radar, nonostante le polemiche per il trattamento riservato all’ex collaboratore e la scelta d’interrompere, anziché convertire, il rapporto di lavoro a progetto che proprio la riforma targata Renzi aboliva. Insomma, un cortocircuito con la linea ufficiale del Movimento in fatto di diritti e trasparenza sul quale è poi calato il silenzio.

Il Fatto è in grado di raccontare perché: alla fine il deputato ha risarcito l’ex collaboratore con oltre 12mila euro, avendo però cura di fargli firmare una clausola espressa di riservatezza, in barba al sacro crisma della trasparenza. In cambio anche della rinuncia a ogni ulteriore diritto o pretesa “ivi inclusi – si legge – i diritti relativi al riconoscimento di comportamenti vessatori, mobbing e/o discriminatori”. De Rosa conferma l’accordo, appellandosi proprio a quella clausola per non rivelare i dettagli poi a stretto giro bolla la diffusione delle notizie a riguardo come “fango, anche vecchio e datato, ormai, per colpire, diffamando, me, e l’intero Movimento”. E minaccia azioni legali contro il Fatto e “nei confronti di chi dovesse continuare a diffondere tali falsità”. E allora, a scanso d’equivoci, pubblichiamo integralmente l’atto di sei pagine con tutti presupposti, le condizioni e le cifre dell’accordo (LINK).

Tutti possono leggere quanto segue. Dal 3 giugno 2013 tra De Rosa e il collaboratore sussisteva il “classico” contratto a progetto che – a detta del lavoratore – celava un comune rapporto di lavoro subordinato, con tanto di richiami disciplinari via email. Finché il 31 dicembre 2015 il parlamentare licenzia in tronco l’assistente, che promuove un giudizio davanti al Tribunale del lavoro dal quale si era appreso che l’onorevole aveva approfittato dell’odiatissimo (e renzianissimo) Jobs Act e della conseguente abrogazione del contratto a progetto non già per convertirlo in un rapporto ordinario subordinato, ma per interromperlo unilateralmente, incarnando così perfettamente la grande accusa che i pentastellati rivolgevano alla riforma: non avrebbe creato posti di lavoro ma fatto cessare quelli in essere.

De Rosa resta della stessa linea: “Quando cambiò la legge avevo due assistenti e non avrei potuto convertire entrambi i rapporti in modo stabile, l’ho fatto con uno facendogli anche un contratto a tempo determinato con tutte le tutele senza usufruire degli incentivi del Jobs Act che stavamo contestando. L’altro si è risentito, ma la cosa ora è risolta di comune accordo. In ogni caso non è vero, come hanno scritto i giornali, che gli avevo fatto firmare dimissioni in bianco”. Accusa pesante per la quale De Rosa ebbe da subito una reazione processuale dura, tale da chiedere al giudice di disconoscere le pretese del lavoratore e di condannarlo a risarcirgli i danni subiti dalla diffusione sul web della notizia di quel contenzioso.

In particolare quello “causato all’onore, dignità, reputazione e immagine del deputato dalla illegittima condotta tenuta dal ricorrente successivamente alla risoluzione del rapporto di collaborazione” . Danno “reso evidente dalla risonanza mediatica che le notizie, non veritiere, hanno avuto e dalla loro associazione alle posizioni espresse dal deputato sulla questione sociale del precariato, potendosi legittimamente presumere che ciò abbia inciso sulla serenità del deputato nonché sui suoi rapporti con i colleghi deputati del Gruppo Movimento 5 Stelle e con il suo elettorato”. Come è andata a finire?

Pochi lo sanno, anzi pochissimi. Perché alla prima udienza, anche su sollecitazione del giudice, le parti sono state invitate a trovare una conciliazione giudiziale racchiusa in un accordo che il Fatto è in grado di svelare con cifre e clausole. Che di fatto ribalta i termini della questione: il datore che voleva essere risarcito dal lavoratore gli verserà 9mila euro a fronte della pacifica conclusione della contesa, più altri 3.600 euro come contributo per spese di lite. La richiesta era di oltre 21mila euro a titolo di differenze retributive, contributive, accantonamenti per il tfr etc. Le parti convergeranno intorno a metà della somma. Ma non c’è solo questo. Al punto 6 l’accordo contiene una clausola del silenzio che spiega perché non se ne era saputo più nulla: “Le Parti – si legge nel documento – si impegnano reciprocamente a mantenere strettamente riservato il presente accordo e non diffonderne né il testo né il contenuto a terzi”. ​Il silenzio, come si conviene in questi casi, è d’oro​.

E i casi iniziano ad essere tanti e trasversali, rivelati sempre dal Fatto attingendo proprio dagli atti di conciliazione giudiziale firmati dagli onorevoli per nascondere le magagne, a costo di pagare il silenzio di chi le ha sollevate per aver subito un trattamento palesemente ingiusto. Anche grazie alla divulgazione delle notizie alcuni si sono poi risolti in favore della parte più debole. Ha poi versato il dovuto, ad esempio, il deputato dem Khalid Chaouki che digiunava per lo ius soli mentre la sua assistente digiuna sui contributi previdenziali, nel senso che il deputato Pd si è dimenticato di pagarglieli dall’inizio della legislatura accumulando 12.500 euro non versati. Dopo la rivelazione del fattoquotidiano.it ha saldato il suo piccolo debito. Lo stesso ha dovuto fare l’ex responsabile welfare e diritti del Pd Micaela Campana che oltre ai 39 non ricordo di Mafia Capitale, per tre anni si era scordata di regolarizzare il proprio collaboratore che teneva rinnovando contratti a progetto da 1500 euro al mese. Alla fine gli ha versato 16mila euro a titolo di differenziali stipendiali e contributivi. E a garanzia del silenzio.

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