Era responsabile welfare e diritti del Partito Democratico, al tempo stesso faceva lavorare con contratti a progetto il suo assistente parlamentare che finirà poi per risarcire in cambio della consegna del silenzio. Ha la potenza evocativa del contrappasso biblico (o di certe barzellette) la vicenda che ha per protagonista Micaela Campana, deputata romana e membro della direzione nazionale del Pd, portata in palmo di mano nella segreteria renziana, rimasta impigliata in Mafia Capitale ma ricandidata – come nulla fosse – nel collegio 3 del Lazio, appena dietro la pigliatutto Boschi e Roberto Morassut. Praticamente già eletta tra manifesti che dicono: “Vota i diritti, scegli il Pd”.

Occhi azzurri, di bella presenza, la Campana è partita da Casalbertone, periferia est della Capitale, per una carriera formidabile cui contribuisce il suo ex collaboratore, Simome Barbieri, da lei inquadrato nel giro di tre anni con quattro co.co.co a progetto, forma contrattuale che il Jobs Act di Renzi avrebbe soppresso perché “precaria”, pur svolgendo –  stando al verbale di conciliazione – un lavoro a tempo pieno con vincolo di subordinazione. Tra mansioni anche delicate, come rispondere alle pressioni del ras delle coop Salvatore Buzzi.

Avanti così dal 24 ottobre 2013 al 31 agosto 2016, mentre in pubblico la deputata proponeva di sé l’immagine della paladina dei diritti in coerenza con l’incarico ricevuto dal partito: esterna su precariato e bullismo, fa da relatrice alle Unioni civili, ancora ad agosto 2016 promuove la Festa nazionale dei diritti del Pd a Reggio Emilia. Quel mese lui si dimette.

Otto mesi dopo i due si ritrovano davanti al giudice del lavoro di Roma. Ad aprile 2017 lui la trascina in tribunale per vedersi riconoscere la “natura subordinata del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con conseguente riconoscimento delle differenze retributive derivanti l’eventuale conversione del rapporto”. In soldoni le chiede 33mila euro tra compensi, mancato preavviso e Tfr.

Per evitare una condanna sicura e conseguente “rumore”, l’onorevole finisce per seguire il consiglio del giudice a raggiungere un accordo di conciliazione stragiudiziale poi siglato a luglio. Un accordo che il Fatto ha letto e non pare del tutto “onorevole”: lei si impegna a versare 16 mila euro, e cioè metà di quanto richiesto – tra mensilità, oneri previdenziali e tutto il resto – lui dovrà rinunciare a  ogni altra pretesa e accettare una clausola di riservatezza che lo impegna al silenzio tombale, “pena il risarcimento del danno”.

Da allora l’ex assistente è più muto d’un pesce, alla prima domanda riappende e se richiamato non risponde. Parla invece la Campana. “L’assistente – precisa – non era pagato in nero e gli ho versato tutti i contributi. All’epoca si poteva fare quel tipo di contratto e sfido chiunque a dire che era irregolare o scorretto, il giudice non lo scrive”. Perché allora ha pagato quei 16 mila euro? “Bisogna chiederlo al giudice che ha caldeggiato un accordo tra le parti. Lo abbiamo raggiunto, ma non c’è scritto da nessuna parte che era un contratto erroneo”. Perché la consegna del silenzio, c’era in ballo la ricandidatura?

Da una parte sarebbe stato motivo di imbarazzo per il Partito democratico  –  teorico custode di certa tradizione, in fatto di diritti dei lavoratori – se fosse venuto fuori che l’onorevole che parlava in pubblico di conquiste sociali e diritti, a nome di tutto il partito e per volontà di Matteo Renzi, li tradiva poi in privato a spese del proprio collaboratore. Ne sa qualcosa Khalid Chaouki, coordinatore dell’Intergruppo cittadinanza e immigrazione del Pd: citato in giudizio dalla sua per omessi versamenti, come ha svelato sempre il Fatto pochi mesi fa, ha pagato tutto ma non è stato ricandidato. Si può però ribattere che il malcostume è assai diffuso. Basti ricordare il Cinque Stelle Paolo Bernini che, nonostante una condanna, si rifiutava di pagare 75mila euro di risarcimento all’ex portaborse che aveva licenziato senza giusta causa: la questione è ancora pendente, per un soffio non è tra i ripescati del Movimento. Corre invece col centrodestra il deputato Mario Caruso, quello che non pagava la sua assistente da un anno e mezzo perché stipendiava il figlio del sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi. E’ candidato con “Italia nel cuore – Storie di vita vera”. Insomma, se non tutti così fan molti.

D’altra parte va detto però che il Pd, non da ora, fa sempre quadrato attorno alla Campana. Che sia l’ex moglie di Daniele Ozzimo, l’ex assessore di Ignazio Marino condannato a 2 anni e 2 mesi nell’inchiesta sul Mondo di Mezzo non importa. Neppure che sia finita (non indagata) nelle carte di Mafia Capitale per l’sms del 2014 a Salvatore Buzzi in cui scriveva: “Bacio grande capo”. E neppure  la reticenza con la quale due anni dopo ha testimoniato in aula con i suoi 39 “non ricordo” che le sono costati la trasmissione degli atti da parte del giudice alla Procura per l’ipotesi di falsa testimonianza. Lo dicono i fatti: a maggio 2017 è rinnovata nella direzione nazionale del partito. A luglio poi la sua delega passa a Giovanni Lattanzi, ma la Campana non resta a mani vuote. Sarà ricandidata per un altro giro di giostra nel collegio Guidonia-Velletri. In posizione onorevole e tutt’altro che precaria.

 

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