#diversodachi

La vita per il francesino è contraddistinta da un numero limitato di possibilità: dagli studi al lavoro; dal tempo libero alle vacanze; dalle amicizie agli incontri con l’altro sesso.

E proprio su quest’ultimo punto, guarda caso, ci soffermiamo: rispetto all’incontro con il sesso rosa il distro-fico deve inizialmente affrontare la questione autostima e cercare di sentirsi al pari degli altri. Dopodiché deve misurarsi con le paure/resistenze da parte delle fanciulle e di quella detestabile regola dell’amico. Infine è nell’aspetto pratico che le sue possibilità si assottigliano: se il francesino lavora lo fa da casa; la stanchezza non gli permette di uscire come le altre persone; è meno libero (dipende da altri); l’inaccessibilità è un impedimento e così via… e questo riduce la possibilità di incontro. Tuttavia c’è un momento in cui l’immobilità avvantaggia il francesino: per esempio quando deve prendere l’ascensore e, povero, deve chiedere aiuto.

Storia d’amore e d’ascensore

In un soleggiato pomeriggio d’aprile e in compagnia della mia sedia elettrica raggiungo la stazione di Monza: dovevo percorrere il tunnel per attraversarla – “sfruttando” i due ascensori – e sbucare dalla parte opposta per recarmi in un museo, dove dovevo assistere alla presentazione di una mostra di pittura.

Entro in stazione e raggiungo l’ascensore, vicino al quale trovo seduta un’incantevole ragazza intenta a guardare il cellulare. Delicato mi avvicino e le chiedo: “Scusa, mi potresti aiutare a scendere con l’ascensore?”, “Certo, dammi solo un secondo”, mi risponde. Intanto la osservo bene: ecco, sono già innamorato.

Si alza e chiama l’ascensore, entriamo e mi fermo proprio davanti a lei: Wow, carina da morire, realizzo subito. Che poi non sarebbe più opportuno dire carina da vivere? Perché a guardarla mi vien più voglia di vivere che di morire…

Comunque arriviamo a destinazione, esco e la ringrazio, mentre penso: Ti prego dillo, dai dai, ti prego. “Hai bisogno che ti accompagni fino all’altro ascensore?”, mi chiede. Evvai è il mio primo pensiero, e a quel punto mi trovo costretto a mentire spudoratamente: “Sì, però mi spiace farti venire fin là: sei già stata così gentile”, “Ma no, lo faccio con molto piacere, davvero”, risponde lei. “Beh se intendi costringermi con la forza…”, replico. Lei sorride, ‘e vai’: tra poco ci fidanziamo di sicuro!

Allora mi trovo costretto a fare conversazione: “Sei di Monza?”, “No, abito a Como”, e i miei pensieri diventano subito cupi: ‘Mannaggia, non posso sfruttare la mia candidatura per provarci’ (ai tempi ero candidato per le comunali). “E tu?”, mi chiede: “Io abito qui vicino. Sono di passaggio in stazione perché sto andando a vedere una mostra”. Che figurone, anche acculturato!

Dopodiché le chiedo il di lei nome, e lei il mio: “Nicolò, molto piacere”. Allora rilancia: “Piacere mio e il tuo nome mi piace tanto”, metafora per dire altro? È certamente Innamorata! Però il suo nome piace anche a me, ovviamente glielo dico: beh l’avrei detto comunque.

Arriva l’ultima curva del sottopassaggio quando mi informo su quello che fa: se studia, come probabile, o se lavora. “Studio psicomotricità e a breve dovrei laurearmi”, poi mi parla delle sue speranze e si augura di trovare presto lavoro. “Dai non ti preoccupare: è quasi impossibile trovarlo, soprattutto se si è appena laureati”, le dico. Lei mi guarda, coglie l’ironia e ride: e sono tre, tra poco ci sposiamo!

L’ascensore è sempre più vicino e lei fa uno scatto per raggiungerlo, mentre a me non resta altro che guardarle il… maglione che della borsetta pende: Che maglione stupendo, wow, ce ne fossero in giro di così belli: maglione che passione, penso.

Chiama l’ascensore e mi metto a fare gli scongiuri: Ti prego non funzionare, fallo per me, dai, sei stato fermo due anni per un collaudo…, e niente si aprono le porte; Speriamo almeno si blocchi, e niente arriviamo a destinazione: mai ‘na gioia.

Ed ecco arrivare il triste momento: “Sei stata davvero molto gentile, non saprei come ringraziarti”, cioè in realtà lo saprei. “Ma di cosa? È stato piacevole”. Non dirlo a me! “Ciao”, “ciao”.

Esco dalla stazione e realizzo di non averle chiesto il contatto Facebook. Allora mi giro e torno indietro, ma lei non è che un puntino che dalla mia vita si rimpicciolisce sempre più…

Ah dimenticavo si chiama Linda, davvero un bel nome: non trovate?

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