Ha avuto molta risonanza in Italia la vittoria del sindacato tedesco dei metalmeccanici (Ig Metall) del Baden-Württemberg, con aumenti di stipendio del 4,3% e il diritto, per i dipendenti più anziani, di ridurre la loro settimana lavorativa a 28 ore, per un periodo massimo di 24 mesi. Un’intesa pilota che riguarda 900mila lavoratori ma potrebbe essere presto estesa a 3,9 milioni di metalmeccanici in tutto il Paese.

Ig Metall ha scritto un’altra pagina nella lunga narrazione del miracolo tedesco che continua, senza battute d’arresto, da ormai quindici anni: il tasso di disoccupazione è passato dal 10,5% del 2003 al 5,1% di oggi, mentre il numero assoluto dei disoccupati si è ridotto da 4,4 milioni a 2,57 milioni nello stesso periodo. Gli occupati sono invece saliti dell’11,4%, da 39,5 milioni (nel 2003) a 43 milioni del 2016: un record per la Germania riunificata.

Dietro ai numeri, però, c’è una realtà molto diversa e composita, come non manca di sottolineare il sindacato Ver.di, l’altro grande sindacato tedesco, quello dei servizi. In effetti, a fronte di un aumento dell’11,4% degli occupati tra il 2003 e il 2016, le ore lavorate sono salite solo del 6,36%, come si deduce dai dati dello Iab (agenzia governativa per la ricerca sul mercato del lavoro). Ci sono quindi più occupati ma lavorano per meno ore e con meno garanzie, molto spesso con mini-job da 450 euro al mese, che prevedono oneri sociali molto ridotti per il datore di lavoro.

Nel Duemila, i lavoratori a tempo indeterminato erano il 63,4% della forza lavoro tedesca. Nel 2016 sono scesi al 55%. Nel frattempo è salita la percentuale dei contratti a tempo determinato e del lavoro interinale: oggi oltre un terzo dei lavoratori tedeschi è assunto con contratti atipici, come sottolinea l’analisi “Stabilità attraverso una forte domanda interna” (in tedesco “Stabilität durch starke Binnennachfrage”), pubblicata dal sindacato Ver.di nel febbraio del 2017. Siamo di fronte a una società profondamente divisa, sia a livello regionale sia a livello di settori industriali.

Sempre secondo l’analisi di Ver.di, a vincere sono le regioni dove hanno sede i più grandi campioni dell’export, come la Baviera e il Baden-Württemberg, con una disoccupazione del 4%. Mentre perdono buona parte dell’ex DDR, la regione della Ruhr e la città-Stato di Brema, dove il tasso di disoccupazione supera il 10%. Chi vive nel sud della Germania e lavora nel settore metalmeccanico (e in genere nel settore industriale) ha visto migliorare il proprio tenore di vita negli ultimi anni, mentre per i lavoratori dei servizi (logistica, mense, pulizie, ecc.) il lavoro è diventato sempre più precario ed è aumentato il rischio di povertà. La percentuale dei tedeschi a rischio di povertà è passata in media dall’11% al 16% negli ultimi vent’anni ma in alcuni settori il rischio è molto più elevato. Come ad esempio nel commercio al dettaglio, dove la percentuale dei lavoratori remunerata in base a un contratto collettivo negoziato con i sindacati è scesa dal 41% del 2010 al 30% del 2014. L’uscita progressiva delle imprese dai contratti collettivi per i lavoratori del commercio sta portando a salari sempre più bassi in un settore che impiega oltre cinque milioni di persone, buona parte delle quali donne. E mentre i lavoratori dei servizi sprofondano nell’insicurezza, chi lavora nelle imprese del settore industriale votate all’export e coperte dai contratti collettivi porta a casa moderati ma regolari aumenti salariali.

La droga delle esportazioni rende sempre più chiara l’esistenza di una Germania a due velocità, con una forbice tra l’élite industriale e un esercito sempre più folto di lavoratori dei servizi che è destinata ad allargarsi se non interverranno politiche più decise a sostegno dei salari e dei contratti collettivi. Che però non sembrano essere all’orizzonte né nell’agenda politica dell’ennesima Grande Coalizione tra Cdu/Csu e Spd che è formata in questi giorni.

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