Non è vero che la vicenda ha addolorato la sinistra del Paese. I vecchi “compagni”, ad esempio, quelli che continuavano a imprecare sull’impietoso calo del numero di tesserati, hanno addirittura esultato alla notizia degli elenchi degli iscritti pubblicati online dai pirati informatici. Insperatamente c’è tanta gente che ha pagato la quota, una buona nuova.

L’incursione degli hacker sul sito della sezione fiorentina del Partito democratico non ha quindi spaventato nessuno e anzi ha avuto tanto impreviste quanto significative riverberazioni rassicuranti. Tutto a dispetto dei notori gufi che si sono precipitati a commentare sarcasticamente la beffa subita su Internet dalla compagine capitanata da chi, proprio sulle rive dell’Arno, ha intrapreso la sua folgorante carriera politica.

La circostanza che una ciurma di corsari del bit sia riuscita in un simile arrembaggio dimostra come certe informazioni un “cicinino” delicate non vengano serbate con le dovute cautele. In barba alla disciplina vigente in materia di riservatezza dei dati, argomento sulla bocca di tutti e nella mente davvero di pochi, i gestori del sito e del relativo archivio si sono fatti depredare con le conseguenze sotto gli occhi del mondo.

Già con la legge 675 del 1996, poi il decreto legislativo 196 del 2003 e ora con l’incombente Regolamento europeo n° 679 (il “non mai abbastanza lodato” General data protection regulation o Gdpr) i dati in grado di rivelare l’iscrizione a partiti o sindacati o ad evidenziare opinioni politiche sono meritevoli della massima tutela in considerazione della criticità che li caratterizza. La divulgazione di liste di nomi e cognomi potrebbe infastidire gli interessati, legittimandoli ad adire le vie legali (sia penalmente sia – soprattutto – in sede civile) per una palese violazione della privacy. Le loro lagnanze, formulate secondo le procedure di rito (la denuncia o la richiesta di risarcimento dell’evidente danno), non saranno certo indirizzate ai birbaccioni autori della “bravata”, ma dovranno essere rivolte a chi avrebbe dovuto custodire con ogni precauzione possibile un simile patrimonio informativo.

In realtà stupisce il coraggio dei briganti protagonisti della malefatta che, incuranti del pericolo cui andavano incontro, non hanno considerato che l’ex sindaco di Firenze ed ex premier è sempre stato sensibile alle problematiche della cyber security. Proprio lui, infatti, nella piena consapevolezza dei rischi che le tecnologie alimentano quotidianamente, ha ripetutamente tentato di insediare un vecchio amico al vertice della sicurezza digitale del Paese per evitare proprio situazioni sgradevoli come questa. I criminali informatici – che non potevano non sapere che sistemi e database nel feudo del Giglio erano (o potevano essere) protetti da un super-esperto cui era stato negato il meritato scranno di cybervassallo del sovrano – hanno temerariamente preso di mira il server del sito partitodemocratico.fi.it e sono riusciti nell’impresa.

Ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci e (come nelle fiabe in cui vengono espugnati anche i castelli difesi da terribili draghi) la cronaca parla da sé.

Succede lo stesso giorno in cui viene assicurato alla giustizia il responsabile dell’incursione telematica al sistema “Rousseau” che costituisce il tessuto connettivo virtuale del Movimento 5 Stelle. Anche in quell’occasione ci fu una poco piacevole diffusione di dati relativi ai “cittadini attivisti” e addirittura alle loro contribuzioni al sodalizio grillino.

Quella volta si parlò di profanazione del tempio, di sacrilega scorribanda nel borgo digitale dell’efficienza e della moderna democrazia.

Quella volta volarono sul web nomi e cognomi che meritavano di restare coperti da un legittimo segreto.

Anche quella volta il cittadino (quello normale, non il militante pentastellato) attese un deciso intervento del Garante per la privacy, pronto a difendere il diritto alla riservatezza dei dati sensibili (o “categorie particolari di dati” come recita oggi il Regolamento europeo) e a sanzionare la mancata adozione di misure di sicurezza.