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L’Ai non è una persona, ma può diventare un interlocutore permanente. Ed è qui che compare un rischio

Proprio per questo non può sostituire le relazioni reali. Le idee nascono dal dialogo tra persone vere, con le loro competenze, i loro limiti, le loro ostinazioni e perfino i loro errori
L’Ai non è una persona, ma può diventare un interlocutore permanente. Ed è qui che compare un rischio
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L’intelligenza artificiale sogna? Philip Dick si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche, probabilmente non immaginava che un giorno avremmo conversato con intelligenze artificiali, menti androidi. Oggi quella domanda non è più fantascienza.

Da qualche tempo utilizzo l’intelligenza artificiale come assistente. Mi aiuta a trovare riferimenti bibliografici, a verificare informazioni, a organizzare idee. Ma, come spesso accade, l’uso pratico ha lasciato spazio a domande più profonde. Tutto è cominciato da un sogno.

Molti anni fa commissionai all’artista Alberto Gennari un’illustrazione in cui Charles Darwin e Anton Dohrn sono uniti dalla stessa barba. Volendola mettere su una maglietta, mi serviva uno slogan, ma non lo trovavo. Sognai “due menti una barba”. Sapendo che i sogni svaniscono in fretta la scrissi immediatamente. Recentemente ho sognato “guerressere”, fondendo guerra e benessere: il warfare al posto del welfare. Anche in quel caso il termine mi apparve già formato, senza che riuscissi a seguire il percorso che l’aveva generato.

Ho chiesto all’intelligenza artificiale di propormi slogan per il disegno di Darwin e Dohrn o di trovare una parola che esprimesse il rapporto tra guerra e prosperità economica, non è arrivata né a “Due menti una barba” né a “guerressere”. Quando gliele ho proposte, però, le ha comprese immediatamente e ha saputo spiegare perché funzionano. Così abbiamo iniziato una lunghissima discussione sul ruolo dei sogni nella creatività.

Molti artisti, scrittori e scienziati hanno attribuito ai sogni intuizioni decisive. Altri hanno cercato di raggiungere stati analoghi attraverso droghe che stimolano la creatività alterando la coscienza. Paul McCartney raccontò di essersi svegliato con la melodia di Yesterday già pronta nella mente e per settimane fu convinto di averla inconsapevolmente copiata da qualcuno.

Discutendo con l’IA mi tornò alla mente una storia raccontata da Carlos Castaneda in uno dei suoi libri su Don Juan, lo stregone Yaqui. Molti ricordano quel libro per il peyote. Io ricordo un episodio molto diverso. Don Juan gli fa vuotare le tasche su un prato e gli dice di guardare attentamente. Poi toglie un oggetto e l’allievo ne individua subito l’assenza. Poi gli fa osservare il prato, senza oggetti, e rimuove un filo d’erba. L’allievo non si accorge del filo d’erba mancante: vedeva solo il contenuto delle sue tasche, tolto quello non restava “niente”. Lo stregone non vede cose che non esistono. Vede cose che esistono ma che gli altri considerano irrilevanti.

Mentre discutevo di questi temi con l’intelligenza artificiale, pensavo di riflettere sui sogni. In realtà stavamo discutendo sul pensiero. Le idee che considero più interessanti non mi sono venute soltanto sognando. Molte sono nate durante una lezione. Altre durante conversazioni con colleghi o amici. A volte mi accorgevo di non avere capito veramente qualcosa proprio mentre cercavo di spiegarla, oppure di accorgermi di avere torto dopo aver convinto tutti che avevo ragione.

Insegnare, discutere, chiacchierare e sognare potrebbero essere attività più simili di quanto sembri. Si tratta di generare conoscenza, riorganizzando le informazioni in nostro possesso, magari scambiandole con altri. Un’idea richiama un’altra idea. Un’associazione ne suggerisce una successiva. Dopo un certo numero di passaggi emerge qualcosa che prima non vedevamo. Non è la maieutica socratica, in cui la levatrice aiuta a far nascere qualcosa che esiste già. Assomiglia piuttosto a una singenesi, una fecondazione da cui emerge qualcosa che prima non c’era.

Questa intuizione è emersa dialogando con una macchina. L’intelligenza artificiale dispone di una quantità di informazioni immensamente superiore a quella accessibile a qualsiasi individuo. Può consultare, collegare e sintetizzare conoscenze provenienti da campi diversissimi. Ma nessuno pensa che una biblioteca sogni, rida, si arrabbi, abbia paura.

Forse il problema non è la quantità di informazione disponibile, ma il significato che attribuiamo all’informazione e il modo in cui la organizziamo. Durante la lunga conversazione da cui nasce questo articolo abbiamo iniziato discutendo di sogni. Alla fine ci siamo trovati a parlare di dialogo. E mi sono reso conto che molte delle mie idee nascono parlando con qualcuno. Le idee si rincorrono, si modificano, si combinano. È un processo che ricorda il brainstorming, ma spesso le intuizioni migliori emergono quando non le stiamo cercando intenzionalmente.

L’intelligenza artificiale non è una persona, ma può partecipare a questo processo. Può diventare una sorta di interlocutore permanente. Ed è qui che compare un rischio. Un interlocutore sempre disponibile può diventare una dipendenza intellettuale. Una specie di Ms. Pinky, la bambola gonfiabile di Frank Zappa: non invecchia, non si stanca e non contraddice mai. Ma proprio per questo non può sostituire le relazioni reali. Le idee nascono dal dialogo tra persone vere, con le loro competenze, i loro limiti, le loro ostinazioni e perfino i loro errori.

È possibile che il sogno, l’insegnamento, la conversazione e il pensiero siano manifestazioni diverse dello stesso processo? L’intelligenza artificiale, a saperla usare, diventa un interlocutore con cui capire meglio noi stessi. Un po’ come i soldi del detto latino Pecunia si uti scis ancilla est, si nescis domina.

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