Oltre 5mila parti civili al processo sulla gestione di Banca Popolare di Vicenza, che ha gettato sul lastrico decine di migliaia di risparmiatori. Ad ammetterle è stato il gup del tribunale di Vicenza, Roberto Venditti, che ha invece rigettato una settantina di richieste: quelle di alcune associazioni (tra cui Noi che credevamo nella Bpvi) e quelle dei soci azzerati che, nel 2017, avevano aderito all’offerta della banca di chiudere ogni contenzioso in cambio di un rimborso di 9 euro per azione. Accolte, invece, la richiesta di Bankitalia oltre a quelle di associazioni di consumatori come Adusbef e Associazione nazionale azionisti di Bpvi.

L’udienza preliminare di Vicenza ha compiuto quindi il primo passo concreto. Imputati sono l’ex presidente Gianni Zonin, l’allora consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vicedirettori Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, e il dirigente Massimiliano Pellegrini. La posizione dell’ex direttore generale Samuele Sorato è stata stralciata nell’udienza scorsa per motivi di salute: per lui il procedimento ripartirà a settembre. Le parti civili che vorranno costituirsi contro di lui dovranno quindi ripetere la procedura, che, presumibilmente occuperà di nuovo varie udienze.

I reati ipotizzati ruotano attorno  alla prassi della società di concedere prestiti cosiddetti “baciati”, ovvero finanziamenti ai clienti che servivano però per comperare azioni dello stesso istituto di credito. Un meccanismo che, secondo l’accusa, aveva lo scopo di dissimulare la vera situazione dei conti dell’istituto agli organi di vigilanza. L’aggiotaggio riguarda quindi la diffusione di notizie non veritiere e l’attuazione di “operazioni simulate ed altri artifici, concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione delle azioni Bpvi”, così da condizionare “in modo significativo l’affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale” della banca e il valore delle azioni. Dai capi d’accusa emerge la quantificazione dei finanziamenti concessi per ai soci per sottoscrivere gli aumenti di capitale, che ammontano a 963 milioni di euro. Somma che non aveva però dato corso, come imporrebbe la legge, alla predisposizione al passivo dello stato patrimoniale di una riserva indisponibile, motivata dal finanziamento di capitale proprio.

L’accusa sostiene poi che la crisi della Banca Popolare di Vicenza sia stata causata alla gestione disinvolta degli ex vertici, con finanziamenti facili ad amici. Appena messo ufficialmente piede nel procedimento, le parti civili hanno avanzato una serie di richieste: un sequestro conservativo da 31 milioni di euro a carico di alcuni degli imputati, la citazione in giudizio come responsabili civili di Bankitalia e di Banca Intesa, che ha acquisito le parti “sane” delle due venete: un’analoga richiesta contro Cà de Sass è stata accolta dai giudici romani nel processo gemello agli ex vertici di Veneto Banca. Per decidere su tali questioni il gup ha preso tempo: potrebbe sciogliere la riserva la prossima udienza, in programma giovedì.