“No, non è vero che se uno vuole fare il chirurgo in Italia deve aspettare i 40 anni per entrare in sala operatoria”. Parte da questa considerazione il professor Marco Montorsi, presidente della Società Italiana di Chirurgia, rispondendo ad un articolo apparso su ilfattoquotidiano.it in cui Matteo Frasson raccontava la sua esperienza di chirurgo a Valencia, in Spagna. “Certo, il blocco del turn-over in tutto il Paese, anche in ambito ospedaliero, ha determinato un aumento dell’età media anche nella sanità. Ma la situazione, seppur lentamente e spesso a macchia di leopardo, sta cambiando – spiega Montorsi –. I medici e i chirurghi sono mediamente più giovani rispetto a 10 anni fa”.

Nonostante il blocco delle assunzioni e la perdita dal 2008 al 2015 di circa il 30 % delle posizioni per assenza di concorsi, per Montorsi anche l’università sta lentamente ringiovanendo: “L’età media dei professori associati è scesa dai 52 ai 50 anni e l’età di nomina è oggi intorno ai 40, contro una soglia che prima si collocava sui 50-55”, spiega. Siamo di fronte ad un rientro di cervelli per il settore? “Più che di rientro preferisco parlare di circolazione dei cervelli, dal momento che il mondo del lavoro oggi è talmente dinamico e globale che se un medico o un chirurgo decide di provare un’esperienza all’estero è assolutamente naturale che lo faccia, e viceversa – aggiunge Montorsi – E in questa circolazione c’è da registrare anche un ritorno di professionisti italiani dall’estero”.

Eppure sono ancora tanti i giovani chirurghi italiani che incontrano difficoltà già a inizio carriera. “La denuncia degli studenti ha basi fondate – continua –. Ogni anno, a fronte di un numero di laureati in medicina che oscilla fra i 9-11 mila, sono disponibili borse di studio per la specializzazione che ne coprono non più del 60%. C’è quindi un evidente squilibrio. Le regioni cercano di compensare questa carenza di contratti con fondi propri, ma non riescono evidentemente a soddisfare completamente il bisogno. Su questo fronte c’è una discussione aperta con il Miur, il Mef (che deve stanziare le risorse), e con le Regioni”.

Una volta diventati chirurghi, poi, in tanti vanno all’estero. Proprio come Matteo Frasson. “C’è da dire che lui non è stato costretto ad andarsene: ha vinto una fellowship in Spagna e ha quindi deciso di fare un’esperienza oltreconfine. Fosse rimasto, anche lui probabilmente avrebbe avuto una possibilità di lavoro in Italia, forse non con i tempi da lui auspicati. Certo, non voglio negare che con il blocco delle assunzioni e la carenza di borse di studio molti ragazzi siano costretti a cercare lavoro anche in altri Paesi (come Spagna e Regno Unito) in cui ci sono certamente più posti disponibili. Ma – continua Montorsi – la prospettiva di una riapertura delle assunzioni, con un ricambio anche generazionale, apre migliori possibilità anche nel nostro Paese”. Più che di diaspora, Montorsi preferisce parlare di “circolazione in uscita” di cervelli italiani, che riguarda anche altri Paesi come Regno Unito e Francia.

Rientro? “Si tratta di casi isolati – commenta invece il professor Pierluigi Marini, presidente Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiana) –. Non è facile, una volta tornati, ricostruirsi una carriera in Italia. Conosco bene la condizione dei giovani chirurghi italiani – aggiunge –. Molti sono costretti dopo la specializzazione a lavorare in strutture private, sottopagati anche a 10 euro l’ora. A questo va aggiunta l’assicurazione, che costa tra i 4 e i 5mila euro l’anno. Una problematica che ha origine da quel fenomeno ormai diventato insopportabile e tutto italiano del contenzioso medico legale che fa valutare un chirurgo un professionista difficilmente assicurabile e che genera nei giovani molta preoccupazione, tanto da indurli a non scegliere la chirurgia”.

Marini torna poi sul problema della formazione. “I percorsi formativi in Italia non sono adeguati ai tempi: i nostri specializzandi non sono soddisfatti del loro iter formativo, hanno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro e quindi pensano all’estero come alternativa valida per formarsi ed esercitare la loro professione. Speriamo che la nuova legge di riordino del sistema formativo post laurea venga utilizzata correttamente così da rilanciare le nostre scuole di specializzazione e renderle attrattive ai giovani. Voglio essere chiaro su questo punto: se continua così l’Italia rischierà di rimanere senza chirurghi e saremo costretti ad ‘importarli’ dall’estero. Sempre ammesso che qualcuno decida di venire. La chirurgia italiana – conclude – è stata sempre riferimento nel mondo, ma per continuare a svolgere il ruolo che le compete in Italia e all’estero necessita di sostenibilità. Abbiamo bisogno che le istituzioni ci stiano vicino”.